The Future is Now

Lo dico da tempo che il futuro è già arrivato. Infatti, guardando alcune installazioni della mostra ArtFutura – Creature digitali, mi sono sentita catapultata ai primi anni ’90, quando si cominciava di parlare di “realtà virtuale” e “cyberpunk”. E non è un caso, visto che il collettivo Universal Everything ha esordito proprio in quel periodo e tra i nomi figura Bruce Sterling, uno dei massimi esponenti della letteratura cyberpunk con William Gibson.

Collage_FuturArt

Ecco dunque che per me questo balzo nel futuro è un bel tuffo nel passato e mi tornano alla memoria i primi film sulla realtà virtuale. Primo fra tutti Il tagliaerbe (1992), un esperimento sull’aumento delle capacità cerebrali grazie all’uso della realtà virtuale, cui seguiranno i capolavori di genere di quegli anni come Johnny Mnemonic e Strange Days (1995).

Doganiera

La doganiera – Ex Dogana – Scalo San Lorenzo ArtFutura – creature digitali

Arte e scienza si intrecciano negli hangar della Ex-Dogana, a scalo San Lorenzo, un luogo incastrato tra i binari percorsi dai tram, il ponte della ferrovia e la tanto odiata tangenziale est. Inutile aggiungere altro, è da sperimentare in prima persona: dovete proprio immergervi in questi schermi e farvi catturare.
All’uscita riceverete anche il beneplacito della doganiera felina.

L’uomo del treno

[…] ogni società ha il suo metrò, impone a ogni individuo itinerari ove egli prova singolarmente il senso della sua relazione con gli altri.

Marc Augé, Un etnologo nel metrò – traduzione di Francesco Lomax, Eleuthera 1992

“Non disturbarmi, sto lavorando” leggo sull’imbracatura del pastore tedesco accucciato sotto le gambe della signora bionda. Li osservo, soprattutto lui. È completamente sdraiato a terra ma non occupa molto spazio. Solleva il muso e sgrana gli occhi solo quando, alle fermate, la gente entra nel vagone e per distrazione rischia di inciampare su di lui.

Quando si alzano e si mettono davanti alla porta, in attesa della loro fermata, non resisto. Lo sfioro con le dita. La sua pelliccia fulva e nera è morbidissima e vaporosa. La signora bionda, nel frattempo, cerca con la mano il sostegno metallico, l’aiuto a raggiungerlo e mi ringrazia. Le faccio un sorriso e solo quando sono già scesi mi rendo conto che non lo ha potuto vedere.

Come la madeleine proustiana, il cane-guida mi catapulta sull’autobus che da casa mi portava a scuola passando davanti alla storica caserma dei pompieri. Proprio lì, un signore col suo cane-guida saliva tutti i giorni dalla porta anteriore e si piazzava sul posto anteriore dietro al conducente col suo fedele amico. Sull’autobus lo sapevamo tutti e chiunque fosse seduto lì si alzava senza protestare.

Sullo stesso autobus saliva ogni giorno anche un signore che a me sembrava vecchissimo ma doveva essere poco più che quarantenne. Era un impiegato come un altro, vestito di tutto punto con la sua inseparabile 24h, solo che era nano.

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Di recente ho conosciuto un pendolare che tutti i giorni sale sul treno per andare a lavorare in una fabbrica detta “La Cosa”, si siede sullo stretto strapuntino che lo aspetta a destra della porta, estrae una pagina da una cartellina di cuoio e legge ad alta voce. E tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, i pendolari delle 6 e 27 lo stanno a sentire.

Ogni mattina Guylain diventa un “uomo-libro, non brucia libri come Montag in Fahrenheit 451, ma per lavoro è costretto a distruggerli e l’unico modo per preservarne la memoria e per salvare sé stesso da questo lavoro alienante e brutale è la lettura ad alta voce di quanto riesce a recuperare dalle fauci della Zerstor 500, la macchina vorace, inarrestabile, maligna che sembra vivere di vita propria, come la macchina infernale di King, e ingurgita qualsiasi cosa gli capiti a tiro e non solo cartacea.

Le prime cento pagine di Un amore di carta (titolo originale ben più suggestivo Le liseur du 6h27), opera prima di Jean Paul Didierlaurent, sono perfette, il resto è “solo” bello.

Perfetti sono i (non-)luoghi e il senso di alienazione che essi trasmettono: i mezzi di trasporto, la fabbrica, il centro commerciale, anzi, i bagni pubblici di un centro commerciale. Luoghi dove l’individualità viene schiacciata, annientata, annullata.

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La Fête du graphisme

Perfetti sono i personaggi a tutto tondo: da Guylain Vignolles, il cui nome è un “infelice calembour” (Brutto Pagliaccio), alle arzille signore del treno che diventano le sue più grandi ammiratrici; dal collega e amico Giuseppe, il cui unico scopo nella vita è trovare tutte le copie in circolazione di un solo libro, al custode della fabbrica appassionato di teatro.

Perfetta è la cifra narrativa dell’autore che sfiora poesia pura, calembour, ironia, thriller. E perfetta, infine, è la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

La carta stampata ci salverà – o forse una chiavetta usb. L’importante è non smettere di leggere.

 

 

Un amore di carta

Jean Paul Didierlaurent

Rizzoli 2015

Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli

(Titolo originale Le liseur du 6h27)

 

La felicità imperfetta ovvero “chi piú ne ha piú ne metta”

Di passaggio a Trieste mi fermo alla Libreria Lovat. Mi piace – anche se è al terzo piano di un grande magazzino – perché ha una discreta selezione di titoli, fa sempre lo sconto, ha una zona bar accogliente e tutti (uomini e donne, più o meno giovani, triestini e non triestini) sono simpatici e gentili.

Prima di andare al bar, ovviamente, scelgo il libro da portarmi al tavolo. La scelta ricade su Dando buca a Godot. Giochi insonni di personaggi in cerca di aurore di Stefano Bartezzaghi (Einaudi 2012).

Il titolo è tutto un programma e mi convinco a leggere la quarta di copertina. Mi piace, è divertente, però… c’è qualcosa che non va.

È difficile immaginare di leggere questo libro senza una matita e un taccuino a portata di mano. Perché il gioco linguistico, come la risata, è contagioso. E ciascuno potrà aggiungervi il proprio. Se Il fagiano Jonathan Livingstone (nel gioco sui titoli dei libri «meno ambiziosi») vi pare offensivo, che dire di Un’email di Jacopo Ortis, o del Bulgakov degradato a Il supplente e Margherita? Se invece amate il cinema si può cominciare col Fellini dimezzato di Quattro piú. Su Twitter è anche nata una variante mescolando il titolo di diversi film, come nel capolavoro mai girato Tre metri sopra il cielo sopra Berlino o nell’ambiguo Un borghese piccolo piccolo grande uomo. Se si aggiunge una definizione si può rischiare con «Ti boccia già all’appello: Fotte prima degli esami». E per i piú esperti, si continua con i tautogrammi, i falsi prefissi, i palindromi, gli acrostici, i falsi derivati, le parodie. Il mondo si deforma, perde per un attimo la sua identità, e di fronte a noi se ne spalanca uno parallelo, un po’ sghembo, assurdo, sorprendente, che prende forma nel nostro taccuino.

Mentre aspetto comodamente seduta cappuccio e cornetto (semplice) inizio a sfogliarlo. Non è la quarta il problema, è tutto il libro…

Confesso che ho avuto la tentazione di non acquistarlo. Perché regalare 16 euro a una casa editrice importante come Einaudi che pubblica un testo (sull’italiano e sui giochi di parole, per di più) con tutti gli accenti al contrario? (Ce ne sono altri, ma lascio il divertimento ai cercatori di refusi).

Eppure, alla fine, mi sono ritrovata alla cassa col libro in mano. Perché è esilarante, aiuta ad attivare il cervello e ha dei picchi di genialità linguistica. E ringrazio di cuore Bartezzaghi per le risate che mi ha fatto fare. È proprio il caso di dire che mai quarta di copertina fu “piú” azzeccata.

[Il titolo di questo post si ispira al gioco More ambitious books. Ugo Riccarelli è l’autore del libro che mai leggerò… ma questa è un’altra storia]

[A Trieste – in realtà – ho bevuto un “cappuccino lungo” e ho mangiato una “brioche (vuota)”, accompagnati da un bicchiere d’acqua “del sindaco”]

Questo post dovrei chiamarlo La felicità imperfetta ovvero “pensavo fosse un refuso e invece era un vezzo”. Mi dice infatti una collega che questa degli accenti acuti sulle u e sulle i è un vezzo di Einaudi da sempre. O_o. Misteri dell’editoria.

In punta di scarpette

La scarpa è un topos ricorrente nelle favole più famose: dalla celeberrima scarpina di cristallo di Cenerentola che la porterà a sposare il principe azzurro, alle magiche scarpe d’argento di Dorothy ne Il Mago di Oz (diventate rosse nel film), all’inquietante storia delle scarpette rosse che costringono la bambina che le indossa a danzare senza posa.

Nei racconti danza e scarpette formano un’accoppiata vincente.

È il caso della bella fiaba poco nota Le dodici principesse danzanti dei fratelli Grimm, rivisitata dalla giovane illustratrice americana Brigette Barrager (classe 1984) in puro stile Disney e pubblicata di recente da Gallucci (nella traduzione italiana di Matteo Marchesini).

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In vacanza con Giralangolo

Giralangolo invita i bambini a girare il mondo, magari con un girotondo, come fa l’omino nero sgambettante della collana Paesi e popoli del mondo insignita nel 2008 del prestigioso Premio Andersen come miglior collana di divulgazione e pubblicata da alcuni anni dalla casa editrice EDT.


Finalmente anche i  bambini hanno delle guide create apposta per loro e possono scegliere (almeno virtualmente) la meta che preferiscono.
Tanti i paesi già esplorati e illustrati, dalla Cina al Giappone, dalla Romania alla Slovenia, fino in India e in Egitto.

Che siano o meno appassionati di geografia e di geografia ‘umana’ (ché questi libretti quadrati agevoli e coloratissimi ci raccontano i popoli e non solo i paesi che abitano) senza dubbio i vostri bambini non rimarranno delusi.

Quale periodo migliore dell’estate per sognare mete lontane e popoli distanti da noi?
Senza contare che questi libri di Giralangolo offrono anche un valido e divertente aiuto per un primo approccio a una materia affascinante e stimolante come la geografia.
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