La casa di Bice

Bice è piccola e nodosa come il tronco di un albero, radicata alla sua – alla nostra – casa, davanti al camino crepitante sempre acceso, il posacenere verticale traboccante di cicche e una sigaretta fumante sempre poggiata sul bordo.

A casa di Bice, a casa nostra, c’è un enorme terrazzo sempre assolato. Lì vive una tartaruga di terra. Dev’essere centenaria perché va piano piano e mangia foglie di lattuga. D’estate ci mettiamo in terrazza e prendiamo il sole insieme a lei, anche noi camminiamo a quattro zampe ma non abbiamo la scorza dura. Chissà che ha pensato la tartaruga quando da Torre Gaia siamo andati al Casaletto.

La porta della casa di Bice, della nostra casa, è sempre aperta e fa entrare un fascio di luce che colpisce il fianco di un mobile scuro, massiccio e imponente. È la cassettiera antica nella quale sono riposti i nostri segreti e ricordi: alcuni mattoncini del lego, un bottone trovato lungo il viale, una caramella consumata a metà.

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Bice è la cucina dove facciamo colazione con una tazza di latte caldo e pane secco, che io mi ostino a non mangiare. Bice sono i miei fratelli di vita Mamadou, Davide e Fabrizio, i giochi col pallone e le lucertole senza coda. Bice è Ferdinando che mi dà un bacio mentre piango davanti alla mia prima candelina. Bice è andare in bicicletta a perdifiato nel parco che circonda la casa. Bice è una bellissima bambina di due anni con una mamma adolescente. Bice è Barisardo e le risate sull’ape che ci porta dal mare in paese. Bice è il primo amore. Bice è la mia infanzia, radicata nel cuore e nella memoria, anche se sono passati trent’anni.

Chiudo gli occhi e la prima cosa che vedo quando entro a casa di Bice, a casa nostra, è il fianco della cassettiera alla mia sinistra e Bice davanti a me, seduta davanti al camino acceso.

Bice non si alza: vado da lei a salutarla e cerco riparo nel suo grembo. La sua corteccia di sughero fa scivolare via le mie lacrime salate.

[Mi piacerebbe raccogliere i ricordi dei bambini di Bice Porcu, chi è interessato mi può scrivere nei commenti, grazie.]

L’uomo del treno

[…] ogni società ha il suo metrò, impone a ogni individuo itinerari ove egli prova singolarmente il senso della sua relazione con gli altri.

Marc Augé, Un etnologo nel metrò – traduzione di Francesco Lomax, Eleuthera 1992

“Non disturbarmi, sto lavorando” leggo sull’imbracatura del pastore tedesco accucciato sotto le gambe della signora bionda. Li osservo, soprattutto lui. È completamente sdraiato a terra ma non occupa molto spazio. Solleva il muso e sgrana gli occhi solo quando, alle fermate, la gente entra nel vagone e per distrazione rischia di inciampare su di lui.

Quando si alzano e si mettono davanti alla porta, in attesa della loro fermata, non resisto. Lo sfioro con le dita. La sua pelliccia fulva e nera è morbidissima e vaporosa. La signora bionda, nel frattempo, cerca con la mano il sostegno metallico, l’aiuto a raggiungerlo e mi ringrazia. Le faccio un sorriso e solo quando sono già scesi mi rendo conto che non lo ha potuto vedere.

Come la madeleine proustiana, il cane-guida mi catapulta sull’autobus che da casa mi portava a scuola passando davanti alla storica caserma dei pompieri. Proprio lì, un signore col suo cane-guida saliva tutti i giorni dalla porta anteriore e si piazzava sul posto anteriore dietro al conducente col suo fedele amico. Sull’autobus lo sapevamo tutti e chiunque fosse seduto lì si alzava senza protestare.

Sullo stesso autobus saliva ogni giorno anche un signore che a me sembrava vecchissimo ma doveva essere poco più che quarantenne. Era un impiegato come un altro, vestito di tutto punto con la sua inseparabile 24h, solo che era nano.

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Di recente ho conosciuto un pendolare che tutti i giorni sale sul treno per andare a lavorare in una fabbrica detta “La Cosa”, si siede sullo stretto strapuntino che lo aspetta a destra della porta, estrae una pagina da una cartellina di cuoio e legge ad alta voce. E tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, i pendolari delle 6 e 27 lo stanno a sentire.

Ogni mattina Guylain diventa un “uomo-libro, non brucia libri come Montag in Fahrenheit 451, ma per lavoro è costretto a distruggerli e l’unico modo per preservarne la memoria e per salvare sé stesso da questo lavoro alienante e brutale è la lettura ad alta voce di quanto riesce a recuperare dalle fauci della Zerstor 500, la macchina vorace, inarrestabile, maligna che sembra vivere di vita propria, come la macchina infernale di King, e ingurgita qualsiasi cosa gli capiti a tiro e non solo cartacea.

Le prime cento pagine di Un amore di carta (titolo originale ben più suggestivo Le liseur du 6h27), opera prima di Jean Paul Didierlaurent, sono perfette, il resto è “solo” bello.

Perfetti sono i (non-)luoghi e il senso di alienazione che essi trasmettono: i mezzi di trasporto, la fabbrica, il centro commerciale, anzi, i bagni pubblici di un centro commerciale. Luoghi dove l’individualità viene schiacciata, annientata, annullata.

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La Fête du graphisme

Perfetti sono i personaggi a tutto tondo: da Guylain Vignolles, il cui nome è un “infelice calembour” (Brutto Pagliaccio), alle arzille signore del treno che diventano le sue più grandi ammiratrici; dal collega e amico Giuseppe, il cui unico scopo nella vita è trovare tutte le copie in circolazione di un solo libro, al custode della fabbrica appassionato di teatro.

Perfetta è la cifra narrativa dell’autore che sfiora poesia pura, calembour, ironia, thriller. E perfetta, infine, è la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

La carta stampata ci salverà – o forse una chiavetta usb. L’importante è non smettere di leggere.

 

 

Un amore di carta

Jean Paul Didierlaurent

Rizzoli 2015

Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli

(Titolo originale Le liseur du 6h27)

 

Il club dei calzini spaiati


PriscillaBowie

Priscilla

Guillaume, Hermann, Lola, Esmeralda, sono solo alcuni dei pupazzi che hanno preso vita in questi pochi mesi. Morbidi totem che proteggono dai brutti sogni, dall’insonnia, dal pollice nero, vanno in giro per il mondo e sono adatti a grandi e piccini.

Il club dei calzini spaiati è nato così, dopo il Week Hand di Foligno e il workshop di Gaia Segattini / Vendetta Uncinetta.

Week Hand 2015

«Beh, lo confesso, il treno mi erotizza, perché penso che lì incontrerò il mio grande amore. Immaginavo che da un momento all’altro sarebbe entrato nello scompartimento. Come sarebbe stato? Un giovane rivoluzionario come il Che del poster? Un bruttino intellettuale e dolcemente triste come il cantante dei Radiohead? Una lesbica nera vestita da Batgirl? Il mio adorato Hannibal? Oppure il controllore più sexy del mondo?
Il controllore è entrato, ma era sexy come la varicella.»
(Stefano Benni, Margherita Dolcevita, Feltrinelli Editore, 2006)

Lo strapuntino

La stazione Tiburtina mi accoglie con la sua moderna decadenza. I baccelli gialli che calano dal soffitto e dotati di ampie poltrone rosse logorate dal disuso, sembrano usciti da 2001 Odissea nello spazio.

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Pezzi di ricambio bici d’epoca

Il regionale Trenitalia delle 11.37 diretto ad Ancona arriva puntuale. Percorro buona parte del treno alla ricerca di un posto confortevole, né troppo caldo né troppo freddo, né troppo puzzolente né troppo profumato. La mia paziente peregrinazione giunge a termine quando vedo lo strapuntino a destra della porta d’accesso alla carrozza. Abbasso il seggiolino, mi siedo, e per una manciata di secondi mi sento Guylain Vignolles.*

La scelta è strategica. Qui posso leggere o guardare fuori dal finestrino senza essere disturbata, nonostante il rumore assordante amplificato in questo spazio vuoto. Osservo la gente che si prepara a scendere o che sale. E poi, mi viene risparmiato il penoso via vai di chi si va a svuotare la vescica perché in questo vestibolo non c’è il wc.

Da nessuna parte

Approdo a Foligno all’ora di pranzo e raggiungo il centro storico percorrendo il viale alberato. Corso Cavour è pedonalizzato. Anche se i negozi sono chiusi si respira una bella aria (certo, senza macchine!). I palazzi del Corso sono decorati a festa con le bandiere dei rioni in occasione della giostra della Quintana, scoprirò più tardi.

Arrivata in piazza mi accoglie una sfilata di bici d’epoca e il mercatino con pezzi di ricambio originali. E poco dopo ecco Palazzo Trinci.

Giardinaggio a Palazzo Trinci

Ho un’oretta e mezza per visitare i cinquanta espositori che partecipano a Week Hand 2015, prima del workshop con Gaia Segattini aka Vendetta Uncinetta, poi devo tornare a Roma.

Amigurumi, cactus di stoffa, papillon scombinatilampade di legno, morbidi baccelli, piccoli gioielli, borse da biciclettatazze miciose, altalenetimbri e tanti altri oggetti grandi e piccoli mi tirano per la giacchetta e chiedono la mia attenzione.

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La bottega delle fandonie

Davvero impossibile dedicare tempo a tutti gli stand, spesso mi limito a dare uno sguardo rapido e rapito e prendo solo il biglietto da visita. È così che mi conquista quel furbacchione di Wombo.

Devo “pescare” il biglietto da visita e scoprire chi è il Wombo del mio destino. Mi capita Macho Wombo: ama mangiare spinaci, rompere le noci con i pettorali e la sua canzone preferita è “Hot Stuff”.

E la versione femminile di Wombo?, chiedo. Womba Palmer, mi dicono, è scomparsa. Hanno fatto di tutto per trovarla, anche il video “Che fine ha fatto Womba Palmer?”.

Solo chi ha passato serate intere incollato alla tv a vedere il mitico telefilm di Lynch degli anni ’90 può capire perché Womba Palmer è avvolta nel cellophan.

Invece con Insunsit (che in dialetto mantovano significa “da nessuna parte”) è stato amore a prima vista (benché virtuale). Li ho scoperti tempo fa grazie a chissà quali percorsi della rete e ho iniziato a seguirli su FB. Ora che li vedo dal vivo, gli uccellini di legno e dipinti su carta, le spille-papavero o loto di legno, i ciondoli-matriosca e tutto il resto non deludono le mie aspettative.

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Insunsit

Giulia mi spiega che dove vive lei è pieno di uccellini, molto simili a quelli che riproduce, snocciolandomi i nomi e i colori e le forme, che ha una passione per le matriosche e che nel laghetto dietro casa sua sono spuntati dei bellissimi loti che diventano altissimi. Se avevo dubbi (e non ne avevo) su cosa portare a casa Miss Insunsit mi convince con la sua dolcezza e simpatia.

Il club del calzino spaiato

Da diverso tempo seguo Gaia Segattini aka Vendetta Uncinetta sui social e da tempo sento proprio il bisogno di dedicarmi a qualcosa di creativo. Quando ho letto che teneva un laboratorio a Foligno per il Week Hand mi sono detta che era giunta l’ora di cogliere questa occasione al volo.

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Yarn Bombing a Week Hand

Gaia arriva da Ancona, è una donna minuta e scoppiettante. È la prima volta che la vedo dal vivo ma mi sembra di conoscerla da sempre. E non tanto (non solo) perché ormai con i social le barriere si azzerano, tutti vediamo tutti, ma perché trasmette da subito una grande apertura. E non è forzata. Sì, ammetto, sono un po’ stupita. Diciamoci la verità, la Segattini è una star del mondo creativo. E forse è proprio questa combinazione a renderla irresistibile e amata da tutti.

Il workshop si svolge al Multiverso co-working, a due passi da Palazzo Trinci, uno spazio nato dal recupero dell’edificio che ospitava il reclusorio del ‘700 e che ha mantenuto la pianta quadrata col giardino centrale.

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Si lavora sotto lo sguardo incoraggiante del gatto punk

Senza troppi giri di parole prendiamo posto. Gaia ci presenta Sid il gatto punk, Supergatto, l’elefante da circo e il resto della Plush Factory e prima ancora di cominciare ci avverte subito: non vedrete più i calzini con gli stessi occhi. Parlerete con loro e comincerete a pensare come potrebbero diventare.

Non sto qui a raccontare nel dettaglio il lavoro fatto durante il laboratorio perché è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta in prima persona. Però, ci tengo a dire che grazie a questo laboratorio ho capito un po’ di cose.

Finalmente ho capito perché si dicetaglia e cuci”. Non che sia difficile da intuire, ma durante il laboratorio, sedute una accanto all’altra col nostro ago e filo, alle prese con zampe di gatti conigli e pecore da rammendare, occhi da attaccare e code da cotonare, abbiamo chiacchierato del più e del meno. Per un momento il tempo si è congelato e noi ci siamo trasformate in quelle immortali vecchiarelle di paese che si vedono sempre parcheggiate su sedie impagliate davanti alla porta di casa a sferruzzare tra una ciarla e l’altra.

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The Plush Factory di Gaia Segattini

Ho capito che a volte bisogna saltare su un treno, tuffarsi nella creatività per tornare a casa con un sacco di idee e nuove amicizie.

Ho capito che lavorare insieme in uno spazio condiviso e aperto favorisce la collaborazione.

Ho capito che è bastata una manciata di ore per farmi entrare nel tunnel (Gaia avevi ragione!) e ora guardo un bottone e vedo il naso di un maialino (Pareidolia portami via!), guardo un centrino e vedo la gonnellina di una pecorella; ho già setacciato la scatola dei bottoni di mia madre (tutte le case, tutte, hanno una scatola dei bottoni) e li ho messi in ordine cromatico in barattoli trasparenti e sto già pianificando di dare dei compagni di giochi al mio piccolo Arturo, il gatto a pois nato a Foligno il 19 settembre 2015.

Arturo

Arturo in viaggio dentro la casetta fornita da SelfPackaging

*Guylain Vignolles, protagonista del romanzo Un amore di carta di Jean-Paul Didierlaurent (Rizzoli, 2015, traduzione dal francese di Maurizia Balmelli), di cui parlerò nel prossimo post.

Pensi che… sulla rivista Tradurre | pratiche teorie strumenti

racconti_caravan_copertina

Uno studio sulla traduzione della letteratura romena in Italia di Roberto Merlo su Tradurre | pratiche teorie strumenti in cui viene citato anche Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europa dell’est (Caravan edizioni, 2010) e le traduttrici Ileana M. Pop (Dumitru C. George, Opulenza e Dumitru George Luca, Un amore di plastica) e Raluca Lazarovici (Elena Marcu, Ci vuole un fiore…).