What’s in a name?

Se è vero che una rosa – anche con un altro nome – ha lo stesso profumo, come fa dire Shakespeare a Giulietta, è anche vero che la nostra personalità può essere – anzi, è certamente, – influenzata dal nome che portiamo.

Dice Jung nel Libro Rosso:

“Lo sai, il nome che si porta significa molto. Sai anche che ai malati spesso si dà un nuovo nome per guarirli, perché col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza. Il tuo nome è la tua essenza.”

Da tempo desidero un nome spirituale per segnare chiaramente il nuovo cammino che ho intrapreso. Ma quest’estate, inaspettatamente, il nome che ho sempre trascurato è diventato il mio “nome spirituale”, o almeno così l’ho inteso io.

Non è avvenuto per caso né tantomeno in un giorno, è stato un percorso iniziato molto tempo fa e solo a fine agosto, durante un viaggio nella Sardegna Sacra, grazie alla domanda giusta, è uscita la risposta:

– Come vuoi farti chiamare?

– Herta.

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Ricordo che all’università studiando filologia germanica ho scoperto che il mio nome deriva dall’antico sassone e significa “cuore”.

germ. *herta- «cuore» (cfr. got. hairto, norr. hjarta sass.a. herta, ata. herza, ted. Herz)

E questa è la storia che ho sempre raccontato a chi mi chiedeva che significato avesse: è un nome di origine tedesca che significa “cuore”, talvolta aggiungendo “ho il nome di mia nonna”.

Va da sé che da amante delle lingue non posso ignorare il fatto che questo nome si presta a diversi anagrammi in inglese: heart (cuore), earth (terra), e hearth (focolare) nella variante con l’h (Hertha).

Ecco, nome mio, quante belle sfumature e stratificazioni ti porti dietro. Tantissime.

Senza contare la Storia e le storie di colei che lo ha portato prima di me.

Ma non finisce qui. Perché proprio oggi, scartabellando su google, ho scoperto che il nome Hertha deriva da Nerthus, una divinità del paganesimo germanico associata con la terra e la fertilità. Il cambio della consonante iniziale da “N” a “H” è dovuta a un errore di lettura del testo di Tacito in cui questa dea è citata.

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«Dopo i Longobardi vengono Reudigni, Auioni, Angli, Varni, Eudosi, Suardoni e Nuitoni, tutti ben protetti da fiumi e foreste. Non c’è nulla di importante da dire riguardo a questi popoli tranne il fatto che tutti adorano Nerthus, che rappresenta la Madre-Terra. Credono che lei si interessi degli affari degli uomini e che li guidi.

Su un’isola nell’oceano si trova un bosco sacro in cui si trova un santo carro coperto da un drappo. Solo a un sacerdote è permesso di toccarlo. Egli è in grado di sentire la presenza della dea quando si trova nel santuario, e la accompagna con grande riverenza mentre si muove sul carro trainato da tori.

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Si festeggia ovunque quando decide di fare l’onore di presentarsi. Nessuno va in guerra, nessuno usa armi, si vive in pace e quiete finché la dea, avendone avuto abbastanza della compagnia degli uomini, viene infine riaccompagnata dallo stesso sacerdote presso il suo tempio. Dopodiché il carro, il drappo e, se mi credete, la divinità stessa fanno il bagno in una misteriosa vasca.

Questo rito viene svolto da schiavi che, appena finito il compito, vengono affogati nel lago. In questo modo il mistero viene mantenuto, e rimane la beata ignoranza riguardo al suo aspetto, concesso solo a chi è destinato a morire.»

(Tacito, De origine et situ Germanorum, capitolo 40)

Il nome Nerthus non è presente in altre fonti, e sull’identità di questa figura sono state avanzate varie teorie ma non v’è alcuna certezza.

Quel che è certo che è dalla Madre Terra nasciamo ed è nel suo Cuore che torniamo.

 

 

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La grande onda

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Presentazione “Storie in biblioteca”

Silvia Zanini non se l’aspettava tutta questa partecipazione da parte dei lettori/scrittori di Storie in biblioteca. Lei, che ha tenuto i contatti via mail e mandato gli inviti alla presentazione della raccolta dei racconti frutto della prima edizione del concorso indetto a marzo dal Sistema Biblioteche di Roma, in collaborazione con Giulio Perrone editore, l’ha definita “un’onda anomala di lettori” del tutto inaspettata. E assolutamente indispensabile, perché gli utenti delle biblioteche sono la linfa vitale di questi “luoghi di civiltà, di inclusione,” per dirla con le parole del Presidente delle Biblioteche di Roma Paolo Fallai. Le biblioteche sono “luoghi di accoglienza e di confronto” e il ruolo dei bibliotecari è difendere l’accesso al sapere.

L’atmosfera che si respira è frizzante, leggera, la presentazione è moderata da Simona Cives (Casa delle Traduzioni) e tra una battuta e l’altra i lettori leggono i racconti di cui sono autori.

L’editore Giulio Perrone mi dà una chiave di lettura dell’antologia che non avevo preso in considerazione, quando dice che la biblioteca è “un luogo per tutti” e nota che il pubblico è vario, di tutte le fasce d’età.

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I quasi 100 racconti dell’antologia sono rappresentativi di questo pubblico. Il racconto di una bambina di 10 anni è accanto a quello di un adulto. La magia della biblioteca accanto alla memoria storica. Non è così che succede in biblioteca? Quando oltrepassi la porta condividi lo stesso spazio con studenti universitari, bambini, compagni di scuola che studiano insieme, anziani che imparano a usare il computer grazie a tutor giovani per colmare il digital divide.

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Giulio Perrone e Paolo Fallai

Quello che a primo impatto mi sembrava un difetto, l’assenza di una suddivisione per temi o fasce d’età dell’antologia, ora mi sembra un punto forte: la biblioteca è un melting pot, un luogo in cui generazioni, culture e identità diverse si incontrano, si mescolano, si scambiano saperi.

Alla fine della presentazione un papà si commuove quando ringrazia gli organizzatori di questa iniziativa perché hanno dato la possibilità ai bambini di esprimere la loro fantasia, di dare voce alla loro immaginazione. E poco prima, una ragazzina dice che c’è chi in un libro vede un mucchio di pagine e chi, invece, ci vede una porta che apre ad altri mondi, strappando applausi dal pubblico.

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Silvia Zanini, Giulio Perrone, Simona Cives e Paolo Fallai con le giovani scrittrici

Questo commento si riferisce al racconto che ho avuto il piacere di vedere nascere: Scoperta, della mia allieva Luciana. Un racconto semplice, quasi banale, ma che ancora oggi, letto ad alta voce davanti al pubblico, mi fa venire i brividi perché mi ricorda la prima volta che Luciana me l’ha letto nella sua lingua madre, con il carico di dolcezza, malinconia e speranza tipico del brasiliano, e mi fa emozionare perché è stato scritto da una giovane donna “ristretta” che grazie alla lettura riesce a essere “ovunque, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo”, anche dietro le sbarre.

Quello di Luciana non è l’unico racconto ambientato in carcere, forse sono di parte ma mi sembra che quelli dei detenuti siano tra i racconti più belli di questa antologia: Medicina per l’anima di Ginevra Alunno e Anna Maria Milo, Ora d’aria di Francesco Bennardis, Cara mamma di Marco Giovannini.

E poi, nella mia personalissima classifica, La biblioteca della memoria di Marco Donato ambientato alla Biblioteca Vaccheria Nardi e Lettera di un granello di polvere di Alessandra Visconti.

Buona lettura!

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Storie in biblioteca (L’erudita, 2017)

Giappone “mon” amour

Kokeshi Yaishun

Tra me e la kokeshi Yaishun (desiderio di primavera) è stato amore a prima vista: il suo nome deriva dai ramoscelli di pruno in fiore che decorano il kimono. Il corpo bianco rappresenta la purezza d’animo con cui affrontiamo la vita. In Giappone il fiore di pruno è tra i più amati: rappresenta la rinascita e simboleggia l’inizio, è il primo fiore a sbocciare a febbraio, spesso sotto la neve, e dimostra quindi una grande forza e tenacia ed è  particolarmente indicato per chi sta per intraprendere una nuova esperienza. Presto ha trovato un compagno, la kokeshi Shiawase Jizo (Jizo felice), una divinità guardiana e protettrice dei bambini e dei viaggiatori.

Così è iniziato il mio viaggio nella cultura giapponese a gennaio, al Mercato Monti, dove Flaminia e il suo compagno mi hanno dedicato tempo e mi hanno raccontato dei loro viaggi regolari in Giappone dove acquistano kokeshi, haori, kimono e altri oggetti tradizionali. Sono ospiti fissi a Mercato Monti, al centro di Roma, e in altri mercati di artigianato.

La primavera arriva e mi ritrovo di nuovo immersa nel Giappone.

Mercatino giapponese 10° edizione – Ex Dogana

Il Mercatino giapponese è un brulichio di gente di ogni tipo e di ogni età. Gli hangar sono gremiti di persone – un po’ troppe per i miei gusti – che si fermano davanti ai banchi che espongono di tutto: manga, gioielli fatti con gli origami, magliette con Jeeg Robot, Mazinga e tutti gli eroi e le eroine dei bambini degli anni ‘80. C’è chi assaggia il tè macha, chi si dedica a una seduta di shiatsu e chi prepara il suo prossimo soggiorno in Giappone.

Non so se le giovani generazioni sanno che la prima a portare i capelli verde/blu, che oggi si vedono tanto in giro sulla testa delle adolescenti, è stata Lamù, un’aliena che indossa un bikini tigrato ed è innamorata di un ragazzo che chiama “tesoruccio”. Era la prima metà degli anni ’80 e Lamù dalla carta stampata dei manga fu catapultata sui nostri schermi televisivi.

Di certo lo sanno le numerose teste dai capelli verde petrolio che si aggirano all’ex Dogana di scalo San Lorenzo per il 10° anniversario del Mercatino giapponese.

Mercatino Giapponese 10° edizione – Ex Dogana

Tra gli affollatissimi banchi non manca l’editoria specializzata. Incontro l’editore-traduttore-maestro di aikido Lorenzo Casadei di CasadeiLibri che mi mostra alcune pubblicazioni. Tra queste mi interessa Hanafuda – Il gioco dei fiori di Véronique Brindeau, studiosa e docente di musica giapponese a Parigi nonché traduttrice e già autrice di Elogio del muschio (pubblicato e tradotto da Casadei).

Ho avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione del libro all’Aranciera dell’Orto botanico di Roma ad aprile, durante la fioritura dei ciliegi. Proprio in occasione dell’hanami (花見 letteralmente “ammirare i fiori”) i rami degli alberi del giardino giapponese sono stati ornati con gli haiku di Bashō e di altri poeti.

Hanami – Orto botanico di Roma

Per noi occidentali può sembrare arduo entrare in questo mondo, per questo il libro di Vèronique Brindeau (tradotto dallo stesso Casadei) è una preziosa guida che ci porta in un lungo viaggio tra passato e presente fin dentro le case, i teatri, le cerimonie che ormai non sono più così sconosciute.

Non è un caso che il simbolo della casa editrice – il carattere mon – rappresenta una porta aperta su mondi diversi.

Hanafuda – Il gioco dei fiori è una lettura impegnativa, da leggere con calma, un poco per volta, con lentezza, come si fa quando si apprezzano le piccole cose. Per chi – come me – ha da poco cominciato a interessarsi del Giappone, è una miniera di spunti di riflessione.

L’hanafuda è un mazzo di 48 carte divise in 12 gruppi (uno per ogni mese dell’anno) di 4 carte. Sulle carte, di formato ridotto rispetto a quelle cui siamo abituati, sono raffigurati fiori, alberi, animali e (raramente) figure umane. Al di là del gioco vero e proprio, molto diffuso in Giappone, ciò che mi ha spinto verso questo libro sono le storie che, mese per mese, accompagnano il lettore e svelano tradizioni, leggende e mitologie del Giappone. Il testo ha un ricco apparato iconografico e fotografico ma anche poetico e letterario ed è corredato di un mazzo di carte con relative regole del gioco.

Il poeta, il salice e la rana (con gatta)

Il mio mese preferito è novembre, rappresentato dal salice. Sulla carta madre di questo mese sono raffigurati un uomo che cammina accanto a un corso d’acqua, un salice e una rana. Quest’uomo è il poeta Ono no Tōfū, fondatore della calligrafia giapponese, il quale introduce uno stile nuovo caratterizzato dalla delicatezza del tratto che richiama il ramo del salice.

Questo albero, infatti, ha la capacità di piegarsi senza rompersi, anche sotto il carico di neve, e rappresenta anche le abilità delle arti marziali. Narra la leggenda che il poeta, avendo fallito sei volte un concorso letterario, si aggirava abbattuto nei pressi di un fiume quando vide una rana che tentava di saltare su un ramo di salice per catturare un insetto. La rana fallì più volte nel suo tentativo, finché al settimo salto riuscì nel suo intento. Il poeta, ispirato da questa visione, ritrovò il coraggio e vinse il concorso. La carta del Poeta sotto la pioggia, protetto da un ombrello, che passa accanto a un fiume accompagnato da una rana, rappresenta un’immagine edificante della volontà e della tenacia ricompensata.

Takehara Shunsen: la donna salice e Yanagi (1841)

Il salice, o meglio il suo “spirito”, è anche protagonista di una suggestiva leggenda, quella del salice di Kyoto, che lo stesso Casadei racconta qui e che ho ascoltato con grande gusto durante la presentazione di aprile.

Se ne avete la possibilità, andate alle presentazioni del libro perché è sempre un piacere ascoltare le storie direttamente da chi le ha raccolte.

Le prossime saranno all’Orto botanico di Trieste e al Festivaletteratura di Mantova.

The Future is Now

Lo dico da tempo che il futuro è già arrivato. Infatti, guardando alcune installazioni della mostra ArtFutura – Creature digitali, mi sono sentita catapultata ai primi anni ’90, quando si cominciava di parlare di “realtà virtuale” e “cyberpunk”. E non è un caso, visto che il collettivo Universal Everything ha esordito proprio in quel periodo e tra i nomi figura Bruce Sterling, uno dei massimi esponenti della letteratura cyberpunk con William Gibson.

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Ecco dunque che per me questo balzo nel futuro è un bel tuffo nel passato e mi tornano alla memoria i primi film sulla realtà virtuale. Primo fra tutti Il tagliaerbe (1992), un esperimento sull’aumento delle capacità cerebrali grazie all’uso della realtà virtuale, cui seguiranno i capolavori di genere di quegli anni come Johnny Mnemonic e Strange Days (1995).

Doganiera

La doganiera – Ex Dogana – Scalo San Lorenzo ArtFutura – creature digitali

Arte e scienza si intrecciano negli hangar della Ex-Dogana, a scalo San Lorenzo, un luogo incastrato tra i binari percorsi dai tram, il ponte della ferrovia e la tanto odiata tangenziale est. Inutile aggiungere altro, è da sperimentare in prima persona: dovete proprio immergervi in questi schermi e farvi catturare.
All’uscita riceverete anche il beneplacito della doganiera felina.

La casa di Bice

Bice è piccola e nodosa come il tronco di un albero, radicata alla sua – alla nostra – casa, davanti al camino crepitante sempre acceso, il posacenere verticale traboccante di cicche e una sigaretta fumante sempre poggiata sul bordo.

A casa di Bice, a casa nostra, c’è un enorme terrazzo sempre assolato. Lì vive una tartaruga di terra. Dev’essere centenaria perché va piano piano e mangia foglie di lattuga. D’estate ci mettiamo in terrazza e prendiamo il sole insieme a lei, anche noi camminiamo a quattro zampe ma non abbiamo la scorza dura. Chissà che ha pensato la tartaruga quando da Torre Gaia siamo andati al Casaletto.

La porta della casa di Bice, della nostra casa, è sempre aperta e fa entrare un fascio di luce che colpisce il fianco di un mobile scuro, massiccio e imponente. È la cassettiera antica nella quale sono riposti i nostri segreti e ricordi: alcuni mattoncini del lego, un bottone trovato lungo il viale, una caramella consumata a metà.

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Bice è la cucina dove facciamo colazione con una tazza di latte caldo e pane secco, che io mi ostino a non mangiare. Bice sono i miei fratelli di vita Mamadou, Davide e Fabrizio, i giochi col pallone e le lucertole senza coda. Bice è Ferdinando che mi dà un bacio mentre piango davanti alla mia prima candelina. Bice è andare in bicicletta a perdifiato nel parco che circonda la casa. Bice è una bellissima bambina di due anni con una mamma adolescente. Bice è Barisardo e le risate sull’ape che ci porta dal mare in paese. Bice è il primo amore. Bice è la mia infanzia, radicata nel cuore e nella memoria, anche se sono passati trent’anni.

Chiudo gli occhi e la prima cosa che vedo quando entro a casa di Bice, a casa nostra, è il fianco della cassettiera alla mia sinistra e Bice davanti a me, seduta davanti al camino acceso.

Bice non si alza: vado da lei a salutarla e cerco riparo nel suo grembo. La sua corteccia di sughero fa scivolare via le mie lacrime salate.

[Mi piacerebbe raccogliere i ricordi dei bambini di Bice Porcu, chi è interessato mi può scrivere nei commenti, grazie.]

L’uomo del treno

[…] ogni società ha il suo metrò, impone a ogni individuo itinerari ove egli prova singolarmente il senso della sua relazione con gli altri.

Marc Augé, Un etnologo nel metrò – traduzione di Francesco Lomax, Eleuthera 1992

“Non disturbarmi, sto lavorando” leggo sull’imbracatura del pastore tedesco accucciato sotto le gambe della signora bionda. Li osservo, soprattutto lui. È completamente sdraiato a terra ma non occupa molto spazio. Solleva il muso e sgrana gli occhi solo quando, alle fermate, la gente entra nel vagone e per distrazione rischia di inciampare su di lui.

Quando si alzano e si mettono davanti alla porta, in attesa della loro fermata, non resisto. Lo sfioro con le dita. La sua pelliccia fulva e nera è morbidissima e vaporosa. La signora bionda, nel frattempo, cerca con la mano il sostegno metallico, l’aiuto a raggiungerlo e mi ringrazia. Le faccio un sorriso e solo quando sono già scesi mi rendo conto che non lo ha potuto vedere.

Come la madeleine proustiana, il cane-guida mi catapulta sull’autobus che da casa mi portava a scuola passando davanti alla storica caserma dei pompieri. Proprio lì, un signore col suo cane-guida saliva tutti i giorni dalla porta anteriore e si piazzava sul posto anteriore dietro al conducente col suo fedele amico. Sull’autobus lo sapevamo tutti e chiunque fosse seduto lì si alzava senza protestare.

Sullo stesso autobus saliva ogni giorno anche un signore che a me sembrava vecchissimo ma doveva essere poco più che quarantenne. Era un impiegato come un altro, vestito di tutto punto con la sua inseparabile 24h, solo che era nano.

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Di recente ho conosciuto un pendolare che tutti i giorni sale sul treno per andare a lavorare in una fabbrica detta “La Cosa”, si siede sullo stretto strapuntino che lo aspetta a destra della porta, estrae una pagina da una cartellina di cuoio e legge ad alta voce. E tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, i pendolari delle 6 e 27 lo stanno a sentire.

Ogni mattina Guylain diventa un “uomo-libro, non brucia libri come Montag in Fahrenheit 451, ma per lavoro è costretto a distruggerli e l’unico modo per preservarne la memoria e per salvare sé stesso da questo lavoro alienante e brutale è la lettura ad alta voce di quanto riesce a recuperare dalle fauci della Zerstor 500, la macchina vorace, inarrestabile, maligna che sembra vivere di vita propria, come la macchina infernale di King, e ingurgita qualsiasi cosa gli capiti a tiro e non solo cartacea.

Le prime cento pagine di Un amore di carta (titolo originale ben più suggestivo Le liseur du 6h27), opera prima di Jean Paul Didierlaurent, sono perfette, il resto è “solo” bello.

Perfetti sono i (non-)luoghi e il senso di alienazione che essi trasmettono: i mezzi di trasporto, la fabbrica, il centro commerciale, anzi, i bagni pubblici di un centro commerciale. Luoghi dove l’individualità viene schiacciata, annientata, annullata.

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La Fête du graphisme

Perfetti sono i personaggi a tutto tondo: da Guylain Vignolles, il cui nome è un “infelice calembour” (Brutto Pagliaccio), alle arzille signore del treno che diventano le sue più grandi ammiratrici; dal collega e amico Giuseppe, il cui unico scopo nella vita è trovare tutte le copie in circolazione di un solo libro, al custode della fabbrica appassionato di teatro.

Perfetta è la cifra narrativa dell’autore che sfiora poesia pura, calembour, ironia, thriller. E perfetta, infine, è la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

La carta stampata ci salverà – o forse una chiavetta usb. L’importante è non smettere di leggere.

 

 

Un amore di carta

Jean Paul Didierlaurent

Rizzoli 2015

Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli

(Titolo originale Le liseur du 6h27)

 

Il club dei calzini spaiati


PriscillaBowie

Priscilla

Guillaume, Hermann, Lola, Esmeralda, sono solo alcuni dei pupazzi che hanno preso vita in questi pochi mesi. Morbidi totem che proteggono dai brutti sogni, dall’insonnia, dal pollice nero, vanno in giro per il mondo e sono adatti a grandi e piccini.

Il club dei calzini spaiati è nato così, dopo il Week Hand di Foligno e il workshop di Gaia Segattini / Vendetta Uncinetta.