La felicità imperfetta ovvero “chi piú ne ha piú ne metta”

Di passaggio a Trieste mi fermo alla Libreria Lovat. Mi piace – anche se è al terzo piano di un grande magazzino – perché ha una discreta selezione di titoli, fa sempre lo sconto, ha una zona bar accogliente e tutti (uomini e donne, più o meno giovani, triestini e non triestini) sono simpatici e gentili.

Prima di andare al bar, ovviamente, scelgo il libro da portarmi al tavolo. La scelta ricade su Dando buca a Godot. Giochi insonni di personaggi in cerca di aurore di Stefano Bartezzaghi (Einaudi 2012).

Il titolo è tutto un programma e mi convinco a leggere la quarta di copertina. Mi piace, è divertente, però… c’è qualcosa che non va.

È difficile immaginare di leggere questo libro senza una matita e un taccuino a portata di mano. Perché il gioco linguistico, come la risata, è contagioso. E ciascuno potrà aggiungervi il proprio. Se Il fagiano Jonathan Livingstone (nel gioco sui titoli dei libri «meno ambiziosi») vi pare offensivo, che dire di Un’email di Jacopo Ortis, o del Bulgakov degradato a Il supplente e Margherita? Se invece amate il cinema si può cominciare col Fellini dimezzato di Quattro piú. Su Twitter è anche nata una variante mescolando il titolo di diversi film, come nel capolavoro mai girato Tre metri sopra il cielo sopra Berlino o nell’ambiguo Un borghese piccolo piccolo grande uomo. Se si aggiunge una definizione si può rischiare con «Ti boccia già all’appello: Fotte prima degli esami». E per i piú esperti, si continua con i tautogrammi, i falsi prefissi, i palindromi, gli acrostici, i falsi derivati, le parodie. Il mondo si deforma, perde per un attimo la sua identità, e di fronte a noi se ne spalanca uno parallelo, un po’ sghembo, assurdo, sorprendente, che prende forma nel nostro taccuino.

Mentre aspetto comodamente seduta cappuccio e cornetto (semplice) inizio a sfogliarlo. Non è la quarta il problema, è tutto il libro…

Confesso che ho avuto la tentazione di non acquistarlo. Perché regalare 16 euro a una casa editrice importante come Einaudi che pubblica un testo (sull’italiano e sui giochi di parole, per di più) con tutti gli accenti al contrario? (Ce ne sono altri, ma lascio il divertimento ai cercatori di refusi).

Eppure, alla fine, mi sono ritrovata alla cassa col libro in mano. Perché è esilarante, aiuta ad attivare il cervello e ha dei picchi di genialità linguistica. E ringrazio di cuore Bartezzaghi per le risate che mi ha fatto fare. È proprio il caso di dire che mai quarta di copertina fu “piú” azzeccata.

[Il titolo di questo post si ispira al gioco More ambitious books. Ugo Riccarelli è l’autore del libro che mai leggerò… ma questa è un’altra storia]

[A Trieste – in realtà – ho bevuto un “cappuccino lungo” e ho mangiato una “brioche (vuota)”, accompagnati da un bicchiere d’acqua “del sindaco”]

Questo post dovrei chiamarlo La felicità imperfetta ovvero “pensavo fosse un refuso e invece era un vezzo”. Mi dice infatti una collega che questa degli accenti acuti sulle u e sulle i è un vezzo di Einaudi da sempre. O_o. Misteri dell’editoria.

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