L’uomo del treno

[…] ogni società ha il suo metrò, impone a ogni individuo itinerari ove egli prova singolarmente il senso della sua relazione con gli altri.

Marc Augé, Un etnologo nel metrò – traduzione di Francesco Lomax, Eleuthera 1992

“Non disturbarmi, sto lavorando” leggo sull’imbracatura del pastore tedesco accucciato sotto le gambe della signora bionda. Li osservo, soprattutto lui. È completamente sdraiato a terra ma non occupa molto spazio. Solleva il muso e sgrana gli occhi solo quando, alle fermate, la gente entra nel vagone e per distrazione rischia di inciampare su di lui.

Quando si alzano e si mettono davanti alla porta, in attesa della loro fermata, non resisto. Lo sfioro con le dita. La sua pelliccia fulva e nera è morbidissima e vaporosa. La signora bionda, nel frattempo, cerca con la mano il sostegno metallico, l’aiuto a raggiungerlo e mi ringrazia. Le faccio un sorriso e solo quando sono già scesi mi rendo conto che non lo ha potuto vedere.

Come la madeleine proustiana, il cane-guida mi catapulta sull’autobus che da casa mi portava a scuola passando davanti alla storica caserma dei pompieri. Proprio lì, un signore col suo cane-guida saliva tutti i giorni dalla porta anteriore e si piazzava sul posto anteriore dietro al conducente col suo fedele amico. Sull’autobus lo sapevamo tutti e chiunque fosse seduto lì si alzava senza protestare.

Sullo stesso autobus saliva ogni giorno anche un signore che a me sembrava vecchissimo ma doveva essere poco più che quarantenne. Era un impiegato come un altro, vestito di tutto punto con la sua inseparabile 24h, solo che era nano.

Parigi_herudolph

Di recente ho conosciuto un pendolare che tutti i giorni sale sul treno per andare a lavorare in una fabbrica detta “La Cosa”, si siede sullo stretto strapuntino che lo aspetta a destra della porta, estrae una pagina da una cartellina di cuoio e legge ad alta voce. E tutti i giorni, tranne il sabato e la domenica, i pendolari delle 6 e 27 lo stanno a sentire.

Ogni mattina Guylain diventa un “uomo-libro, non brucia libri come Montag in Fahrenheit 451, ma per lavoro è costretto a distruggerli e l’unico modo per preservarne la memoria e per salvare sé stesso da questo lavoro alienante e brutale è la lettura ad alta voce di quanto riesce a recuperare dalle fauci della Zerstor 500, la macchina vorace, inarrestabile, maligna che sembra vivere di vita propria, come la macchina infernale di King, e ingurgita qualsiasi cosa gli capiti a tiro e non solo cartacea.

Le prime cento pagine di Un amore di carta (titolo originale ben più suggestivo Le liseur du 6h27), opera prima di Jean Paul Didierlaurent, sono perfette, il resto è “solo” bello.

Perfetti sono i (non-)luoghi e il senso di alienazione che essi trasmettono: i mezzi di trasporto, la fabbrica, il centro commerciale, anzi, i bagni pubblici di un centro commerciale. Luoghi dove l’individualità viene schiacciata, annientata, annullata.

LeQuernec-Celebrer-paris

La Fête du graphisme

Perfetti sono i personaggi a tutto tondo: da Guylain Vignolles, il cui nome è un “infelice calembour” (Brutto Pagliaccio), alle arzille signore del treno che diventano le sue più grandi ammiratrici; dal collega e amico Giuseppe, il cui unico scopo nella vita è trovare tutte le copie in circolazione di un solo libro, al custode della fabbrica appassionato di teatro.

Perfetta è la cifra narrativa dell’autore che sfiora poesia pura, calembour, ironia, thriller. E perfetta, infine, è la traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

La carta stampata ci salverà – o forse una chiavetta usb. L’importante è non smettere di leggere.

 

 

Un amore di carta

Jean Paul Didierlaurent

Rizzoli 2015

Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli

(Titolo originale Le liseur du 6h27)

 

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