Sacks, droga & rock’n roll

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NEW YORK. Oliver Sacks è franco, cordiale, nonostante un’insormontabile timidezza, ma si racconta seguendo le proprie priorità, come fossero criteri di valutazione universali. Svela subito di avere appena compiuto 80 anni e che il numero 80 corrisponde al mercurio nella tavola periodica di Mendeleev, il chimico russo che ordinò gli elementi chimici in base al loro peso atomico. Poi impacciato ti guarda, interlocutorio: a una signora, si sa, l’età non si chiede, ma sapere se corrispondi anagraficamente a un gas inerte o a un metallo alcalino, se sei uranio, carbonio o piombo, deve essere per lui come ricevere il tuo biglietto da visita. E allora ti sveli, delusa di scoprire che il numero dei tuoi anni contrassegna un metallo prodotto artificialmente, che non esiste in natura: ti senti un po’ sintetica, contraffatta, ma subito Sacks ti incoraggia, enunciando qualità insospettabili del tuo metallo anagrafico. Sul muro del suo studio di Manhattan, dell’edificio dove abita da 47 anni, un dipinto raffigura Mendeleev, barba e capelli al vento, che brandisce la sua preziosa tavola: «Giovane ebreo appassionato di chimica, c’era un tempo che lo scambiavo per Mosè».
Intorno a Sacks ci sono decine e decine di minuscole felci, la sua passione, e di pezzetti di metallo affastellati su ogni superficie piana. Il dottore afferra due barrette e te le mette in mano: la forma è identica, ma una è pesantissima, l’altra una piuma. Ed eccolo lì che ti scruta di sottecchi, sornione, in attesa di una reazione. Se sgrani gli occhi è soddisfatto, se la fronte ti si corruccia in un punto interrogativo ancora di più. E via sulle straordinarie qualità del tungsteno e del magnesio: roba che farebbe gongolare chiunque, a sentirsi descrivere così.

Io dico, come fai a non innamorarti di un uomo così? Grande invidia per Antonella Barina, autrice del pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica. Il resto dell’articolo qui.

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