Michele Piumini e la traduzione come forma mentis

Quando sfogliamo un libro spesso dimentichiamo che prima di arrivare tra le nostre mani era solo un’idea. Quell’idea, quel progetto, ha preso forma e si è tramutata man mano in qualcosa di concreto grazie al contributo di numerose persone. E allora, nel nostro piccolo, diamo voce a chi ha lavorato ‘dietro le quinte’ per realizzare quell’oggetto prezioso e utile fatto di carta, inchiostro e tanta passione.
 

Oggi incontriamo Michele Piumini, traduttore letterario e docente di traduzione con la passione per la musica.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventato traduttore.
MP: Per ragioni familiari, per la precisione paterne, ho sempre vissuto fra i libri e ho sempre amato le parole: ascoltarle, inventarle, giocarci. Grazie a un’insegnante straordinaria e alla mia passione per la musica anglo-americana, nel periodo delle medie mi sono innamorato dell’inglese, ma è al liceo che mi è venuto il pallino della traduzione: con sommo orrore dei miei compagni, affrontavo con grande piacere ed entusiasmo le versioni di latino e greco. Più o meno a metà dell’università, ho tradotto il mio primo libro e da allora non mi sono più fermato. Sei anni fa, ho avuto l’opportunità di affiancare l’insegnamento alla pratica della traduzione.
 
HER: Ricordi la tua prima traduzione?
MP: Un libro spagnolo per ragazzi, Bambulo – Primeros pasos di Bernardo Atxaga, banalmente titolato Un cane davvero speciale in Italia. Da allora, tranne un altro paio di eccezioni, ho tradotto solo dall’inglese.
 
HER: Com’è cambiato il tuo lavoro con l’avvento di internet?
MP: Ho cominciato a tradurre nel 1999, quando internet esisteva già, per quanto fosse ancora meno diffuso di oggi. Internet è lo strumento per tradurre: rabbrividisco se penso a quanto dovevano sgobbare i traduttori pre-web, ai quali va tutta la mia ammirazione.
 
HER: Qual è la principale virtù di un traduttore?
MP: La capacità di farsi venire dubbi anche di fronte a ciò che sembra semplice e lineare.
 
HER: Qual è il tuo rapporto con gli autori che traduci?
MP: Cerco di contattarli se ho dei dubbi e se i loro libri mi sono piaciuti particolarmente. Sono sempre molto disponibili e felici di aiutarmi. La soddisfazione (non solo professionale) maggiore è stata tradurre le autobiografie dei tre ex Police e conoscere di persona Sting e Stewart Copeland. Manca ancora Andy Summers, il chitarrista, ma è solo questione di tempo. Proprio quest’anno, per la prima volta, ho fatto da interprete a due “miei” autori per le presentazioni dell’edizione italiana dei loro libri.
 
HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
MP: Sto traducendo The Sea Is My Brother di Jack Kerouac, un romanzo giovanile ripescato dagli archivi e in corso di pubblicazione in America.
 
HER: Quali sono le maggiori difficoltà di questa professione?
MP: La vita del traduttore letterario non è semplice, soprattutto in Italia: è difficile cominciare, è difficile continuare, le garanzie sono poche o nulle, il lato economico è tutt’altro che gratificante. Per questo motivo, è un lavoro al quale avvicinarsi solo se si è molto, molto motivati.
 
HER: E le maggiori soddisfazioni?
MP: Ho sempre faticato a considerare la traduzione un semplice lavoro: per me è una vocazione, una forma mentis. Quando chiacchiero con gli amici, mi capita di ascoltare un termine che mi colpisce e che trovo perfetto (più di quello che ho scelto io) per un brano che ho tradotto. Tornato a casa, corro a sostituirlo. Tradurre, specie quando lo stile dell’autore ti va a genio, è un gioco/esercizio mentale irresistibile, una magnifica ossessione, più interessante e divertente di qualsiasi passatempo. A livello personale-esistenziale, come già detto, la soddisfazione maggiore è la possibilità di conoscere personalmente i miei artisti preferiti non come un qualunque fan, ma diventandone la “voce” italiana grazie al mio lavoro.
 
HER: Cosa fai quando non traduci?
MP: Ascolto/suono musica, leggo, vado al cinema, scrivo agli amici, giro per librerie e negozi di musica, scappo da Milano in cerca di mare, lago o montagna. E poi, da neanche due mesi, mi dedico al piccolo Pietro.
 
Michele Piumini è nato a Varese nel 1975, ma ha sempre vissuto a Milano.
Dal 1999 collabora come traduttore con le case editrici De Agostini, Feltrinelli, Galaad Edizioni, Indiana Editore, Isbn Edizioni, Johan & Levi, Minimum Fax, Mondadori, Nuove Edizioni Romane, Piemme, Salani e Sonzogno. Tra libri per ragazzi, romanzi, biografie musicali, saggi e raccolte di racconti, ha tradotto più di cinquanta opere.
Dal 2005 è docente di traduzione letteraria EN>IT nel corso “Il lavoro del traduttore letterario” e docente di editing nel corso “Lavorare in editoria” organizzati a Milano dall’Agenzia Letteraria Herzog di Roma.
Da sempre ama la musica, passione che ha coltivato nel corso degli anni diventando un polistrumentista e cimentandosi in generi e contesti musicali diversi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...