Laura Cangemi e il successo dei nordici

Quando sfogliamo un libro spesso dimentichiamo che prima di arrivare tra le nostre mani era solo un’idea. Quell’idea, quel progetto, ha preso forma e si è tramutata man mano in qualcosa di concreto grazie al contributo di numerose persone. E allora, nel nostro piccolo, diamo voce a chi ha lavorato ‘dietro le quinte’ per realizzare quell’oggetto prezioso e utile fatto di carta, inchiostro e tanta passione.

Oggi incontriamo Laura Cangemi, traduttrice dallo svedese e dall’inglese di libri per ragazzi e non solo, per le principali case editrici italiane (da Feltrinelli KIDS a Rizzoli, da Einaudi a Iperborea).


Se sotto l’ombrellone state sfogliando un libro che vi fa venire i brividi è anche merito suo!
Traduttrice “multitasking” e “apripista” della letteratura nordica, è anche interprete e ha contribuito alla nascita e alla realizzazione del Festivaletteratura che ogni anno si tiene nella splendida cornice di Mantova: cinque giorni (7-11 settembre) di incontri con autori, reading, spettacoli, concerti con artisti provenienti da tutto il mondo.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventata traduttrice.
LC: La passione per la traduzione ha origini lontane, nel liceo classico (il Beccaria di Milano): le versioni di latino, ma soprattutto di greco, mi riuscivano facili e mi piacevano molto. Ho poi avuto la fortuna di passare un anno (il quarto del liceo) in Svezia con una borsa di studio di Intercultura, ed è stato così che mi sono ritrovata con una lingua “esotica”, imparata sul campo e approfondita all’università, che poteva essere lo strumento giusto per entrare nel giro delle traduzioni letterarie. Devo ammettere che l’idea me la diede il mio professore di italiano del liceo, e un po’ di tempo fa gli ho mandato una delle mie traduzioni con una dedica. Se non altro, avrà avuto la soddisfazione di sapere che almeno una dei suoi allievi ha seguito i suoi consigli.

HER: Ricordi la tua prima traduzione?
LC: Certo che me la ricordo! In realtà le prime traduzioni sono state due, quasi in parallelo: una me la propose Emilia Lodigiani, che aveva appena fondato Iperborea ed era alla disperata ricerca di traduttori dalle lingue nordiche (La notte di Gerusalemme, di Sven Delblanc, è il volume numero uno della casa editrice, e il primo lavoro che io abbia firmato) e l’altra arrivò a sorpresa dopo due anni che avevo scritto a tutti gli editori per ragazzi proponendo un’autrice che amavo molto, Maria Gripe. Dopo tanto tempo di silenzio non mi aspettavo più che qualcuno mi cercasse, e invece fu la “grande capa” di Mondadori Ragazzi, Margherita Forestan, a telefonarmi dicendo di aver conosciuto a Francoforte la Gripe e di aver deciso di propormi una prova di traduzione, visto che le era tornata in mente la mia lettera di due anni prima. Fatta la prova, mi ha subito proposto di tradurre anche dall’inglese, e così è cominciata la mia carriera, nella quale i libri per l’infanzia occupano un posto di rilievo.

HER: Com’è cambiato il tuo lavoro con l’avvento di internet?
LC: Proprio l’altro giorno raccontavo alle mie figlie che per diversi anni ho tradotto scrivendo tutto a mano e ricopiando poi a macchina (con una macchina elettronica, se non altro). Quindi il primo cambiamento c’è stato con l’acquisto del computer, un affare ingombrantissimo che teoricamente doveva essere portatile ma pesava sette-otto chili… Però sai che goduria poter decidere di modificare una parola e fare tutto in automatico invece che correggere faticosamente con il bianchetto tutte le pagine, rilette una a una! Internet ha cambiato tutto ancora una volta, anche se in maniera più graduale (adesso sono costantemente connessa, mentre quando non avevo l’ADSL mi collegavo tre-quattro volte al giorno e controllavo quello che mi ero segnata nelle ore di lavoro). Ricordo per esempio un pomeriggio intero passato in biblioteca per scoprire come diavolo potesse chiamarsi un certo fiore in italiano, e un altro dedicato a spulciare i testi originali di Francesco Redi in cerca di una citazione che adesso (ho appena fatto la prova) avrei trovato nel giro di dieci secondi scarsi. Era il 1998, ma invece di tredici anni sembra che sia passato un secolo. Per non parlare delle citazioni bibliche di cui sono infarciti i libri svedesi, per le quali dovevo farmi prestare la chiave biblica stampata da un’amica!

HER: Qual è la principale virtù di un traduttore?
LC: Direi che ce ne sarebbero molte da enumerare. Le due principali per me sono la pazienza e la capacità di decidere. Tradurre significa fare continuamente delle scelte, e se si è degli indecisi non si arriva mai in fondo. Ma naturalmente con quest’affermazione do per acquisite una serie di capacità e conoscenze senza le quali neanche ci si può accostare alla traduzione: la padronanza della lingua e della cultura d’origine, l’accuratezza nella resa in italiano, l’onestà intellettuale, la sensibilità nei confronti della “voce” del libro, l’umiltà a cui deve sempre accompagnarsi il senso di responsabilità nei confronti dell’opera che si traduce. L’elenco è molto lungo.

HER: Qual è il tuo rapporto con gli autori che traduci? (Li contatti per fugare dubbi, di solito sono disponibili, li hai conosciuti di persona?)
LC: Sì, spesso li contatto, magari raccogliendo tutti i dubbi in una mail, per disturbarli il meno possibile. Segnalando i dubbi mi capita spesso anche di evidenziare sviste di cui non si erano accorti né loro né i loro revisori, e di questo in genere mi sono molto grati (soprattutto in quel paio di casi in cui il libro non era ancora uscito nella lingua originale e ho potuto risparmiare agli autori qualche brutta figura). Difficile che non siano disponibili, anche se, come per ogni categoria di persone, si trovano quelli più espansivi e chiacchieroni e quelli che tendono a tagliare corto. In molti casi li ho conosciuti di persona, un po’ perché ho la fortuna di far parte dell’organizzazione di Festivaletteratura (a cui sono stati invitati in diversi, soprattutto tra gli autori per ragazzi) e di fare l’interprete ad altri festival letterari, un po’ perché cerco di andare ogni tanto alla fiera di Göteborg e vado tutti gli anni a quella di Bologna dedicata al libro per ragazzi. Di alcuni sono diventata amica, al punto che per esempio l’estate scorsa Annika Thor, una delle “mie” autrici, ha fatto una deviazione mentre era in vacanza in Italia appositamente per venire a trovarmi.

HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
LC: Ho appena consegnato l’ennesimo giallo Marsilio (l’ultimo di Liza Marklund) e sto completando, con la collega Katia De Marco [traduttrice di Björn Larsson ndr], la traduzione a quattro mani di un libro storico per Einaudi, molto bello ma molto impegnativo. Per fortuna eravamo in due: abbiamo lavorato molto bene insieme e, almeno per un certo genere di libri, quella della traduzione a quattro mani è un’esperienza che consiglio a tutti. Quanto al futuro, sto per cominciare il seguito di Il tizio della tomba accanto di Katarina Mazetti (perfetto per l’estate!) e subito dopo verrà un libro di un esordiente, Tre scimmie, per Bollati Boringhieri. In coda c’è un altro poliziesco, che va benissimo: finché dura, dobbiamo approfittare del successo dei nordici. Poi c’è un’altra cosa che mi ispira molto ma non oso parlarne perché ho appena consegnato la prova di traduzione, e non è detto che vada in porto.

HER: Quali sono le maggiori difficoltà di questa professione?
LC: L’autodisciplina, secondo me, è una condizione imprescindibile: se non ci si sa organizzare il tempo è praticamente impossibile fare il traduttore letterario (ma credo che lo stesso valga per gli scrittori). Se vogliamo invece parlare di vere e proprie difficoltà, direi che la prima è sbarcare il lunario facendo solo i traduttori editoriali, anche se non è del tutto impossibile. Credo che gli editori sappiano apprezzare chi lavora bene, con accuratezza, precisione, puntualità, e alla fine, almeno nella mia esperienza, l’impegno viene premiato, sia con tariffe un po’ più umane, sia con la continuità del lavoro. Personalmente sono molti anni che non mi trovo un periodo di “vuoto” senza niente da tradurre, ma devo anche dire che ho la fortuna di avere una lingua di nicchia che oltretutto ha assistito a un boom di traduzioni nell’ultimo periodo. Purtroppo so di colleghi bravissimi che vanno avanti a un contratto alla volta e rischiano di rimanere inattivi per mesi. Poi ci sono molte altre difficoltà, legate alla mancanza di garanzie (copertura assistenziale, pensioni, ecc.) e infatti questo è uno dei motivi per cui dal 2005 faccio parte della Sezione Traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori, che si batte proprio per migliorare le condizioni di lavoro dei traduttori editoriali.

HER: E le maggiori soddisfazioni?
LC: Le maggiori soddisfazioni sono quelli che vengono da chi legge, oltre che dagli autori. Ogni tanto mi capita di ricevere mail dai miei fan che mi fanno i complimenti per questa o quella traduzione, e non è poco, soprattutto considerando che molti neanche guardano il nome del traduttore sul frontespizio. Per me poi è un lavoro bellissimo perché mi ha permesso, nonostante tutto, di essere fisicamente presente in casa e avere quindi modo di veder crescere le mie tre figlie ed “esserci” quando avevano (e hanno ancora, visto che l’ultima ha undici anni) bisogno di me. Per fortuna non ho bisogno del silenzio assoluto per stare concentrata, anche perché la mia postazione di lavoro è nel bel mezzo della casa, in un soggiorno che è zona di passaggio continua.

HER: Cosa fai quando non traduci?
LC: Negli anni Novanta ho frequentato un corso del Parlamento Europeo e sono diventata interprete, e saltuariamente faccio ancora qualche giornata di simultanea o di consecutiva in giro per l’Italia e la Svezia (qualche volta anche alla Corte di Giustizia di Lussemburgo). Poi collaboro con Festivaletteratura (sono la coordinatrice degli interpreti) e faccio anche parte di un gruppo ambientalista mantovano (anzi due, a dire il vero). Ma la gran parte del tempo è occupata dalla famiglia, con cui mi diverto sempre molto. Vacanze poche, veramente, se non si contano i periodici viaggi in Svezia (uno ogni due o tre anni), in cui unisco il classico utile al dilettevole e vado a trovare editori e autori, tanto per non smentirmi.

Laura Cangemi è nata a Milano, dove ha abitato fino al conseguimento della laurea in lingue e letterature straniere, all’Università Statale. Innamorata della Svezia da quando, nel lontano 1980, aveva trascorso lì un anno con Intercultura, ha pubblicato le sue prime traduzioni nel 1988, specializzandosi in particolare nella letteratura per ragazzi e affiancando per alcuni anni l’attività di traduttrice editoriale a quella di interprete al Parlamento Europeo. Trasferitasi nel frattempo in quel di Mantova per motivi di cuore, oltre a mettere su famiglia (tre figlie nate rispettivamente nel 1990, 1992 e 1999), ha contribuito alla nascita e alla realizzazione di Festivaletteratura, all’interno del quale si occupa del coordinamento dei servizi d’interpretazione e traduzione. Attualmente, se si escludono le 6-8 giornate di simultanea all’anno che contribuiscono a pagare le (assai brevi) vacanze della famiglia, è traduttrice letteraria a tempo pieno.

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2 pensieri su “Laura Cangemi e il successo dei nordici

  1. Luciana ha detto:

    Complimenti per l’intervista, ho appena finito di leggere “Il tizio della tomba accanto”, che mi è parso tradotto in modo davvero impeccabile. Troppo poco si ringraziano i traduttori per quello che fanno per noi, il loro nome andrebbe aggiunto in copertina, indubbiamente. Aspetto con ansia il seguito del romanzo della Mazetti! Ancora complimenti a Laura!

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