Super 8 di Anna Castagnoli

“Ero sempre vissuta felice, in armonia col sole, di cui sapevo misurare il movimento con un semplice bastoncino piantato per terra; sempre fiduciosa che la luna seguisse me e nessun altro, come una bàlia che mi avrebbe protetto da tutto quando di notte volavamo via in macchina sulle autostrade. Ero sempre vissuta sentendo che nella natura c’era una forza benigna che mi preferiva agli altri bambini, per l’amore e il rispetto che portavo ai suoi alberi, alle sue formiche, ai fili d’erba che quando ti butti a pancia in giù sul prato e li guardi da vicino, sembrano foreste. Mai avevo dubitato d’essere la beniamina del vento, del sole che passa tra i rami di mimosa, della terra, dell’acqua dei ruscelli di montagna. Ma a un tratto qualcosa si ruppe.”

Lo confesso: soffro di ‘voyeurismo letterario’, mi piace curiosare nelle vite degli altri, entrare nei meandri dei loro ricordi e sapere come hanno affrontato i turbamenti dell’infanzia e dell’adolescenza e, soprattutto, da dove vengono, quale percorso hanno seguito e come sono arrivati ad essere ciò che sono oggi.

La collana della casa editrice Topipittori Gli anni in tasca, storie vere di infanzie e adolescenze, è un’ottima panacea per la mia curiosità: echeggiando il celebre film di Truffaut dà voce ai bambini di ieri, ormai adulti, che si raccontano con grande generosità e offrono al lettore uno spaccato di storie personali e di Storia, illustrandoci come eravamo soprattutto negli anni ‘70.

Leggere i volumi di questa collana è come entrare in soffitta e aprire la scatola dei ricordi. Ognuno di noi, anche se ha vissuto un po’ prima o un po’ dopo quegli anni, troverà qualcosa di piacevolmente familiare e conoscerà qualcosa di nuovo.

Questa è la sensazione che si prova leggendo Super 8 di Anna Castagnoli.
Non a caso il titolo celebra un mezzo in voga negli anni ‘70, ormai soppiantato dal digitale ma ancora molto amato, in grado di catturare immagini e ricordi da rivivere e rivedere tutti insieme.
E allora mettiamoci comodi, sfogliamo le pagine e seguiamo le avventure di Anna, condividiamo emozioni e fantasie con questa bambina giramondo amante della natura e della vertigine, saliamo insieme a lei sui trampoli e in cima agli alberi, facciamoci raccontare di come la madre testarda si sia ingegnata per conoscere il padre alpinista, scopriamo col fiato sospeso se il padre tornerà a casa nel giorno più brutto della sua vita e tanto altro ancora…

Da grande Anna è diventata illustratrice e scrittrice, tiene un interessante blog sul libro illustrato – Le figure dei libri – e vive a Barcellona. Le abbiamo rivolto alcune domande sul suo libro e sulla sua professione.

HER: È stato difficile raccontare la tua infanzia in Super 8 o ti sei sentita a tuo agio con la scrittura e, in particolare, con l’autobiografia?
AC: Quando nel 2008 i Topipittori mi avevano chiesto di scrivere la storia della mia infanzia, ho pensato che non ne sarei stata capace. L’autobiografia è uno degli esercizi narrativi più difficili, una parete di decimo grado: chiede al narratore di essere un testimone, ma si può essere testimoni di se stessi? Ho lasciato passare più di un anno.
Poi un giorno, per caso, in un sito sulla Pineta di Arenzano, paese ligure dove avevo vissuto dopo il ritorno dagli Stati Uniti, ho trovato una foto della mia casa sotto la neve. Non l’aveva scattata nessuno della mia famiglia, era lì per caso, scattata da qualche sconosciuto. L’emozione di vedere “dall’esterno” la mia casa, immaginare che forse in quel momento noi eravamo dentro, forse coi nasi schiacciati contro i vetri a guardare la neve, è stata straniante, fortissima. Per la prima volta vedevo la mia infanzia “dal fuori”, avevo la prova che era esistita. Quella foto mi ha fatto scattare il clic. In due settimane di ticchettio quasi ininterrotto sui tasti del computer, avevo finito la prima bozza del romanzo.
Il lavoro difficile è venuto dopo: nelle successive versioni e durante l’editing dell’editrice. Non è stato facile modellare e lasciar modellare una materia così intima come quella dei propri ricordi. Ma mi fidavo ciecamente di Giovanna Zoboli e mi sono lasciata guidare. Un paio di settimane prima del lancio del libro sono andata in tilt, non volevo più pubblicarlo, mi sembrava difficilissimo accettare che centinaia di sguardi che non conoscevo sarebbero entrati nell’intimità della mia storia più personale. Ma mi sono ricordata di una frase di Rilke, poeta che amo follemente: tutto quello a cui mi dono, diventa ricco e mi spende. Frase in cui trovo il senso più vero della scrittura. E ho dato l’ok per la pubblicazione.

HER: In Super 8 parli della ‘visione traslucida’ dei bambini che permette loro di “guardare davvero le cose” e non “per finta” come fanno gli adulti. Quanto è importante riuscire a recuperare quella visione per un’artista (illustratore o scrittore che sia)?
AC: Io credo che non si possa recuperare del tutto la visione traslucida dell’infanzia, ad eccezione di certi stati di grazia che sono proprio quelli della creazione artistica. Tutta l’arte è il frutto di momenti più o meno prolungati, più o meno intensi, di visone traslucida.
Credo ci sia un solo modo per poterla stimolare: avere il coraggio, sempre, o quando si riesce, di non sedersi comodamente in quello che già sappiamo, ma trovare la forza di spiegare le vele verso nuove sfide. Anche se il mare aperto è pericoloso e la terra che avevamo trovato così rassicurante: partire.

HER: L’oggetto del tuo “ultimo amore”, che conclude il tuo libro, è molto particolare. Che rapporto hai oggi con la natura? Ti senti ancora libera come negli anni ‘70?
AC: Sì, mi sento ancora libera, se vedo un albero che mi ispira, non ci penso un momento: mi tolgo le scarpe e lo scalo! Con la natura ho ancora lo stesso rapporto di allora, quasi mistico. Il mare, gli alberi, l’erba, le stelle, la luna, il vento, le persone, gli uccelli: la natura è il solo luogo dove sento la presenza del divino, di un afflato benigno della vita, positivo, più saggio di ogni nostro pensiero. Nel libro scrivo che il mio dio era un albero di eucalipto e che rifiutavo tutti gli altri. Non sono cambiata, anche se mi manca molto poter passare le giornate sugli alberi, come allora. Sono un Barone Rampante che ha deciso di scendere, perché anche le città mi piacciono, e il peso dell’essere sulla terra.

HER: Fin da piccola hai viaggiato molto (sia in Italia sia all’estero) e hai vissuto in diversi paesi, ti senti ‘sradicata’?
AC: Sono nata a Versailles, abbiamo poi vissuto negli Stati Uniti, dove è nata mia sorella, poi siamo tornati a Torino, dove è nato mio fratello. Mi sono sentita sradicata, completamente sradicata, fino a quando, all’età di 34 anni, non ho incontrato mio marito, che è francese. Anche lui aveva viaggiato molto, vissuto parte della sua infanzia all’estero. Così abbiamo deciso che saremmo stati sradicati in due. Oggi viviamo a Barcellona, ma domani chissà. Vogliamo viaggiare. Oggi mi sento radicata nel mio lavoro, in mio marito, negli affetti che sopravvivono agli spostamenti. È come se avessi costruito una casa su trampoli mobili.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventata illustratrice.
AC: Dopo la maturità avevo frequentato un corso d’illustrazione tenuto da Stephan Zavrel, a Sarmede. Dovevo restare una settimana e ci sono restata un mese, incantata da quel paese di fiaba e dalle persone che avevo incontrato. Poi mi sono iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia. Ho continuato a scrivere, ma non a disegnare. Dopo la laurea, ho lavorato per 5 anni come responsabile di un centro che si occupava di accogliere donne senza casa. Era un lavoro appassionante, ma difficile, così verso i trent’anni ho deciso di provare a riprendere in mano la mia passione per l’illustrazione e sono ritornata a Sarmede per un nuovo corso. L’anno dopo ho venduto il mio primo progetto a Bologna: Il libro delle cose perdute (oggi fuori stampa).

HER: Quanto è difficile (o facile) entrare nel mercato editoriale italiano? E il tuo rapporto con il mercato estero? Ti sembra più accessibile?
AC: Non è così difficile, dappertutto cercano buoni progetti, e c’è lavoro. La difficoltà in Italia è che ci sono poche case editrici, e con stili abbastanza definiti. Il mercato è un po’ stretto. All’estero ci sono più editori tra cui scegliere, soprattutto in Francia. Bisogna avere talento, pazienza, e professionalità, conoscere qualche lingua e pubblicare il primo libro, poi tutto è in discesa.

HER: Generalmente quando ti viene commissionato un lavoro hai carta bianca o segui gli spunti che ti vengono suggeriti?
AC: Dipende dal progetto e dall’editore. Generalmente mi piace avere carta bianca, pensare un progetto da zero, lasciare che prenda forma senza troppe costrizioni. Poi quando è abbozzato, lo presento a un editore. Ma a volte capita che lavori per commissioni più noiose, come una serie di libri sulla vita dei musicisti che sono usciti con La Vanguardia, un quotidiano spagnolo. In quel caso avevo tantissimi limiti, addirittura il colore dei capelli e l’altezza dei due protagonisti. Ma si fa anche quello, è lavoro. Basta farlo un po’ in sordina e senza perderci troppo tempo.

HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
AC: Finalmente ho trovato un editore italiano per il Calendario Città del Sole 2009, che verrà trasformato in libro, con delle splendide poesie di Giusi Quarenghi. Uscirà, se tutto va bene, alla fine di quest’anno. Carll Cneut sta lavorando su un mio testo, e questo è uno dei progetti che mi emoziona di più: è da molto tempo che ci lavora e ha promesso che sarà il libro più bello che abbia mai fatto! E io non sto più nella pelle, non vedo l’ora di poterlo vedere.
Poi ho testi a cui sto lavorando, e mi piacerebbe moltissimo farli illustrare a Simone Rea e Antonio Marinoni, i miei illustratori italiani preferiti. E altre mille idee, che ribollono, scompaiono, ritornano… Molti viaggi, corsi di illustrazione da tenere, vacanze sul mare.

HER: Mi descrivi l’ambiente in cui lavori?
AC: Ho un appartamento molto luminoso sulle alture di Barcellona, con due belle terrazze. Il mio studio dà su un parco pieno di pappagalli, ma non lo uso quasi mai. Mi ritrovo invece a lavorare ovunque nella casa, sparpagliando libri, fogli e matite dappertutto (mi sa che ormai sono diventata allergica a qualsiasi forma di radicamento!). Mi piace anche molto andare in biblioteca, dove posso studiare o leggere circondata da persone. Lavorare sempre in casa da soli, a volte, è un po’ alienante, anche se ho due amiche che vivono sul terrazzo (libere): Ludmilla e Rodrigo, due tortore che abbiamo addomesticato.

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