Paolo Antonio Livorati, un traduttore sportivo

Quando sfogliamo un libro spesso dimentichiamo che prima di arrivare tra le nostre mani era solo un’idea. Quell’idea, quel progetto, ha preso forma e si è tramutata man mano in qualcosa di concreto grazie al contributo di numerose persone. E allora, nel nostro piccolo, diamo voce a chi ha lavorato ‘dietro le quinte’ per realizzare quell’oggetto prezioso e utile fatto di carta, inchiostro e tanta passione.
 
Oggi incontriamo Paolo Antonio Livorati, traduttore di molti libri per ‘giovani adulti’ tra i quali Skellig del britannico David Almond e Unwind – La divisione dell’americano Neal Shusterman.
Paolo ci racconta cosa significa essere traduttori oggi e come è iniziata la sua carriera tra fumetti, sport e autodisciplina.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventato traduttore.
PAL: Non perché ne sentissi la vocazione, questo è sicuro. Ho iniziato a studiare l’inglese alle elementari, cosa che per quelli della mia generazione era abbastanza insolita, e da lì non ho mai smesso, ma fino all’inizio degli anni novanta, anche quando già mi ero iscritto a Lingue (!), l’avevo sempre considerato poco più di una risorsa che mi permetteva di leggere libri e fumetti in originale e di viaggiare facendomi capire ovunque. Poi nel 1991, alla fiera del fumetto di Lucca, ho incontrato per caso un paio di redattori della Star Comics, ho fatto con loro qualche chiacchiera da fanboy e a un certo punto mi sono detto: “So bene l’inglese, conosco decentemente il fumetto angloamericano, scrivo correttamente in italiano… perché non propormi come traduttore?”. L’ho fatto più o meno con le stesse parole, loro mi hanno concesso una prova e in quel momento il mio destino è stato segnato.
 
HER: Ricordi la tua prima traduzione?
PAL: La prima pubblicata è stata una storia di Capitan America sceneggiata da Mark Gruenwald, sul numero 59 della rivista omonima della Star Comics, nel dicembre 1992. Avevo già venticinque anni, ma ricordo di averne comprato ugualmente una decina di copie da regalare, come un ragazzino. Anzi, peggio di un ragazzino.
 
HER: Com’è cambiato il tuo lavoro con l’avvento di internet?
PAL: Non c’è paragone fra il prima e il dopo. Non c’è più bisogno di passare giornate in biblioteca per documentarsi se l’autore che traduciamo accenna a qualcosa che non conosciamo. Fra motori di ricerca, Wikipedia (che va presa con le pinze, si sa, ma che per un’infarinatura basta e avanza) e comunità virtuali di traduttori, le perdite di tempo si sono ridotte davvero al minimo. In più, il contatto fra noi traduttori, tramite queste comunità virtuali e le reti sociali, ha portato a una maggiore consapevolezza dei nostri diritti di professionisti, ma anche delle pratiche ai limiti della truffa di alcuni – pur se pochi – editori da strapazzo, che prima erano liberi di approfittare del singolo. Finora tutti vantaggi, insomma.
 
HER: Qual è la virtù principale di un traduttore?
PAL: Non so dire quale sia la principale, ma di certo sono tante. C’è l’autodisciplina nel gestire un lavoro in cui nessuno ti costringe a timbrare un cartellino, ma in cui alla fine la scadenza ti trova sempre. C’è il coraggio (qualcuno la chiamerebbe incoscienza) di accettare commissioni quasi sempre a scatola chiusa, senza sapere se da pagina 35 partiranno dei giochi di parole continui che ti toglieranno il sonno per i due mesi successivi. C’è la pazienza nell’attendere pagamenti a sessanta giorni. C’è la rassegnazione nel sopportare il fatto che ci sarà sempre qualcuno a cui la tua traduzione non piacerà, magari per questioni che nulla hanno a che fare col tradurre. C’è la prudenza nel muoversi, perché ogni scelta sbagliata potrebbe essere l’ultima, come per tutti i professionisti. Se non siamo dei santi, come categoria, poco ci manca!
 
HER: Qual è il tuo rapporto con gli autori che traduci?
PAL: Da quando esiste la posta elettronica (e poi con le reti sociali, principalmente Facebook e Twitter), a inizio lavoro ho sempre cercato di contattarli, giusto per presentarmi e per dire che sto occupandomi della loro opera. E devo dire che non ce n’è mai stato uno che non abbia apprezzato il gesto. Con alcuni sono addirittura ancora in contatto, anche anni dopo avere lavorato sui loro libri. Poi sono stati rari i casi in cui ho avuto bisogno di loro per fugare dei dubbi, non tanto per merito mio quanto perché ciò che scrivevano era di solito comprensibilissimo, ma è rassicurante sapere di poterlo fare con facilità, se serve.
 
HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
PAL: Proprio in questi giorni sto per iniziare un romanzo per ragazzi (“giovani adulti”, come si dice ora) ambientato nel giro della boxe nella Berlino anni trenta. Altre volte in carriera lo sport è stato sullo sfondo dei romanzi che ho tradotto, ma mai finora ha avuto questa centralità. Per me, da sempre sportivo dilettante, sarà un incentivo ancora maggiore. Quanto ai progetti futuri, nel nostro campo è raro poter vedere più in là del “prossimo libro”: essendo sul punto di iniziarne uno, saprò solo fra almeno un mesetto quale sarà il successivo e pertanto non sono in grado di anticipare nulla, mi spiace!
 
HER: Quali sono le difficoltà maggiori di questa professione?
PAL: Le tariffe troppo basse e la mancanza di tutele (da cui alla fine le tariffe basse derivano). Davanti a loro, qualsiasi difficoltà puramente tecnica svanisce.
 
HER: E le maggiori soddisfazioni?
PAL: Molti direbbero “vedere il mio nome sul frontespizio” o “dare voce all’autore”: opinioni rispettabili, ma che secondo me generano più che altro degli enormi equivoci sulla professione, visto che nella realtà il traduttore è l’ultimissimo, invisibilissimo anello della catena editoriale e che in larga parte nella nostra carriera non si traduce letteratura, ma narrativa di consumo in cui di autoriale c’è pochino. Io posso parlare della mia soddisfazione maggiore, che è del tutto personale e consiste nel sapere di avere applicato il mio talento (che poi sta sempre agli altri valutare, beninteso) a un’attività che mi piace.
 
HER: Cosa fai quando non traduci?
PAL: Il grosso del mio tempo libero è preso dalla vita familiare (mia moglie e io abbiamo una bambina di due anni e mezzo dalla personalità a dir poco esuberante), ma finora sono sempre riuscito a trovare qualche ora settimanale per praticare il taekwon-do e insegnarlo agli esordienti dai 5 ai 13 anni, insieme al mio maestro di lungo corso. Nel pochissimo che avanza ci sono film, libri e fumetti, i miei primi grandi amori.
 
Paolo Antonio Livorati (Cuneo, 1967) traduce narrativa, fumetti e occasionalmente saggistica. Negli anni novanta è stato redattore capo del ramo comics di una storica casa editrice di fumetti e dal 2001 è un freelancer. Nel 1996 ha vinto il premio Fumo di China come miglior traduttore italiano di fumetti. Finora i suoi lavori sono stati pubblicati da Salani, Piemme, Mondadori, Star Comics, Marvel Italia e Planeta/DeAgostini.
Dopo vari traslochi in Italia e all’estero, da qualche anno si è stabilito a Roma con moglie e figlia. Le scadenze pressanti e la natura cottimista del lavoro lo tengono quasi sempre chiuso nel suo studio, ma un giorno forse riuscirà ad avere di nuovo una vita sociale.

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