Rossella Bernascone e la traduzione che cambiò una vita

Quando sfogliamo un libro spesso dimentichiamo che prima di arrivare tra le nostre mani era solo un’idea. Quell’idea, quel progetto, ha preso forma e si è tramutata man mano in qualcosa di concreto grazie al contributo di numerose persone. E allora, nel nostro piccolo, diamo voce a chi ha lavorato ‘dietro le quinte’ per realizzare quell’oggetto prezioso e utile fatto di carta, inchiostro e tanta passione.

Oggi incontriamo Rossella Bernascone, traduttrice dall’inglese da oltre trent’anni e insegnante.

Se tanti ragazzini italiani si sono immedesimati in Greg, l’esilarante protagonista della serie Diario di una Schiappa uscito dalla penna di Jeff Kinney (Il Castoro), è in parte merito di Rossella: è grazie a lei, infatti, che il piccolo Greg, insignito di recente del prestigioso Premio Andersen 2011 come Personaggio dell’anno, parla italiano.

Rivolgiamo a Rossella alcune domande sulla sua professione.

HER: Raccontaci un po’ di te e di come sei diventata traduttrice.
RB: Sono diventata traduttrice perché la mia insegnante e Maestra con la M maiuscola, Barbara Lanati, nel 1978 ha proposto un seminario di traduzione poetica ai suoi allievi. Quello ha portato a una tesi di traduzione, la tesi ha portato a una traduzione, la traduzione ha portato ad altre traduzioni, le traduzioni mi hanno portato a studiare teoria della traduzione in America, quell’esperienza mi ha portato a insegnare traduzione all’università e nei centri di traduzione e Master in Italia e all’estero, e nel frattempo ho continuato a tradurre.

HER: Ricordi la tua prima traduzione?
RB: Ci sono 3 prime traduzioni. La prima era quella di prova per entrare nel mitico seminario di traduzione della Lanati all’Università di Torino. Era la poesia Pattern di Amy Lowell; la tradussi con la mia amica del cuore e grande traduttrice Susanna Basso, e ridiamo ancora adesso per le nostre scelte di allora. Poi c’è stata la mia prima traduzione di teatro, quella per la tesi l’anno seguente, quattro atti unici di uno scrittore americano di narrativa postmoderna, John Hawkes, e poi la mia prima traduzione pubblicata e remunerata, nel 1981, saggi sulla scrittura e il denaro di Gertrude Stein per le edizioni delle donne (tutto minuscolo come si usava negli anni ’80), Son soldi i soldi. Ricordo ancora l’emozione provata alla presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano, credo fosse l’82.

HER: Com’è cambiato il tuo lavoro con l’avvento di internet?
RB: Ha facilitato enormemente le ricerche: prima bisognava andare in biblioteca e tante cose non si trovavano, invece ora hai il mondo in punta di polpastrello. E poi grazie a internet si sono formate le comunità virtuali di traduttori (per i traduttori letterari da e in italiano: la mitica Biblit fondata da Marina Rullo e poi la sua costola Qwerty fondata da Isabella Zani), che offrono aiuto, supporto e amicizia reciproca.

HER: Qual è la virtù principale di un traduttore?
RB: Non ce n’è una, ce ne sono tante come tanti sono i traduttori. Ma se ti devo dire una cosa soltanto, allora dirò che il traduttore sa scrivere, quella è la sua virtù principale.

HER: Qual è il tuo rapporto con gli autori che traduci?
RB: Alcuni dei miei autori sono morti prima che io cominciassi a tradurre. Altri sono vivi e vegeti ma è raro che ci sia il bisogno di contattarli. A volte c’è qualche dubbio da fugare, ma ahimè l’autore non è sempre la persona in grado di farlo! Sembra paradossale, ma il traduttore conosce il libro fin nelle sue pieghe, là dove il livello conscio dell’autore forse non è ancora arrivato (se mai lo farà, visto che non è quello il suo compito).
Alcuni autori li ho incontrati dopo averli tradotti, alle presentazioni di libri, ai premi letterari… In genere mi piace conoscerli di persona, ma non per il rapporto che poi si instaura con la loro scrittura. A me piace pensare che traduco un testo, un libro, non un autore, una persona.

HER: A cosa stai lavorando adesso? Progetti futuri?
RB: Sto lavorando alla biografia di una coppia russa formata da un pittore e da sua moglie che è diventata una guida spirituale del XX secolo.
Il mio grande progetto futuro è sempre quello di riuscire a staccarmi dalla traduzione, che mi ha accompagnata per tanta parte della vita (33 anni, un’età mitica), per potermi dedicare ad altro. Per esempio da tempo sogno di scrivere libri cartonati per bambini.

HER: Quali sono le difficoltà più grandi di questa professione?
RB: Tradurre è difficilissimo. Non parlo di trovare lavoro nel campo della traduzione, che a tutti i corsi non senti ripetere altro di quanto sia difficile entrare in quel mondo, parlo proprio dell’azione del tradurre.
Devi ovviamente conoscere benissimo la lingua di partenza, e quella di arrivo ancora di più. Devi saper scrivere in tanti stili diversi. Devi avere orecchio per il ritmo del testo e saperlo tradurre nel ritmo della tua lingua…
Ma la difficoltà più grande, credo, è fare tutto questo e ancora di più con i tempi di consegna strettissimi che il mercato editoriale di oggi ti impone.

HER: E le più grandi soddisfazioni?
RB: Non posso parlare per i miei colleghi, ma ti posso dire quali sono le mie più grandi soddisfazioni.
Ce n’è una che incontro ogni tanto nell’atto del tradurre ed è quando una frase, un paragrafo, una pagina “funziona”. Poi c’è la soddisfazione di vedere il libro pubblicato: sugli scaffali della libreria, a volte in vetrina, ma ancora più bello è vederlo nelle mani dei lettori.
La più grande soddisfazione in assoluto che ho avuto dalla traduzione è stata un giorno in treno, andavo a Firenze a parlare di traduzione a un gruppo di donne insegnanti. Sul treno tra Bologna e Firenze mi sono seduta accanto a una signora e ho scoperto che stava leggendo un libro che avevo tradotto diversi anni prima, La seconda metà della vita (The Change) di Germaine Greer. Le ho chiesto come lo trovasse e lei ha detto che non riusciva a finirlo. Che aveva incominciato a leggerlo un paio di anni prima e che quello che aveva letto l’aveva spinta a trasformare totalmente la sua vita: aveva lasciato un matrimonio non più felice, aveva aperto un’attività in proprio, dato lavoro a diverse persone, aveva avuto un buon successo… però il libro non riusciva a finirlo.
Sono scesa da quel treno onorata di aver potuto essere strumento di cambiamento. Penso che se questo è avvenuto anche per una sola persona al mondo, allora non sono vissuta e non ho tradotto invano.

HER: Cosa fai quando non traduci?
RB: Dipende dal periodo della vita. A 20 anni, quando non traducevo studiavo, viaggiavo, mi innamoravo. A 30 anni quando non traducevo studiavo, insegnavo, viaggiavo, crescevo una figlia e facevo volontariato. A 40 anni quando non traducevo studiavo, insegnavo, facevo psicoterapia e mi occupavo di traduzione e cultura in un senso e in un modo più ampio, e quando potevo viaggiavo. A 50 anni quando non traduco studio, insegno, viaggio, passo molte ore a scrivere in rete, a incontrare persone. Il mio mondo che una volta era fondato soprattutto sui libri e intorno a loro, ora è fatto soprattutto di persone e i libri sono uno strumento come gli altri per arrivare a quelle persone.
Anche l’incontro con te nasce da un libro e spero che non si fermi lì…

Rossella Bernascone traduce dal 1978, insegna traduzione dal 1988 in Italia e all’estero, ma soprattutto va a scuola ogni mattina, un liceo di Torino, e quando non è in classe si occupa dell’orientamento e del riorientamento degli adolescenti e dell’educazione permanente degli adulti.
Ha tradotto una sessantina di libri e ne ha insegnati molti di più a centinaia e centinaia (e centinaia e centinaia…) di studenti.

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