Neal Shusterman incontra la Tribù dei lettori

Se in questi giorni vi trovate nel centro di Roma, in particolare nei pressi del Pantheon o del Foro romano, e vi capita di vedere un uomo dalle spalle larghe, con scuri capelli ricci e uno sguardo profondo intento a prendere appunti con la mano sinistra, potreste essere incappati nel pluripremiato scrittore americano Neal Shusterman.

È arrivato martedì a Roma per partecipare alla seconda edizione di “Tribù dei lettori – Festa della lettura con i ragazzi”, un evento nato in seno all’Associazione Culturale PlayTownRoma con l’intento di far leggere, ma anche di “agire, durante un intero anno, sulla qualità e modalità di lettura di bambini e ragazzi”.
Numerosi gli eventi gratuiti in programma da oggi e fino al 31 maggio in numerose piazze e luoghi di Roma, in centro e in periferia, per i più piccoli ma anche per gli adulti: letture ad alta voce, laboratori, proiezioni di film, mostre e incontri con gli autori.

Neal Shusterman sarà in questi giorni a disposizione dei suoi fan per parlare di Calvin l’invisibile (titolo originale The Schwa was here, traduzione di Angela Ragusa, Edizioni Piemme, 2010, Collana Il battello a vapore): il 27 maggio alle 10.30 a Palazzo Valentini e il 28 maggio alle 16 all’Auditorium Parco della Musica.

Incontro l’autore per chiacchierare un po’ dei romanzi pubblicati e dei nuovi progetti. Mi annuncia che prima di venire a Roma ha consegnato la sceneggiatura del film tratto dal best seller Unwind – La divisione (titolo originale Unwind, traduzione di Paolo Antonio Livorati, Edizioni Piemme, 2010, Collana Freeway dark) e in questi giorni proprio nella capitale, tra le colonne e le vestigia della Roma antica, ha iniziato a scrivere le prime righe di Unwholly, l’attesissimo sequel che uscirà a metà ottobre negli Stati Uniti.
E le orde di turisti che ronzano intorno? Nessun fastidio, afferma, riesce a concentrarsi anche con il via vai di persone. Anzi, le sue storie nascono proprio così. In mezzo alla gente. La scintilla scaturisce da eventi reali. Da persone vere.
Come la storia di Calvin: un giorno, ci racconta, si trovava in un’aula per un incontro con gli studenti; un ragazzino in fondo all’aula indossava una maglietta dello stesso colore della parete e teneva la mano alzata da un po’ ma nessuno se n’era accorto. Era l’“effetto Schwa”, si era mimetizzato con l’ambiente ed era diventato “invisibile”.
Schwa non è solo il cognome del coprotagonista del romanzo, è anche un simbolo e ha molteplici significati, come si legge nella nota introduttiva al testo e come ribadisce l’autore.
Vero protagonista del romanzo è Anthony Bonano, detto Antsy, un ragazzino qualunque in cui tutti, bambini e adulti, possiamo identificarci. La forza del romanzo sta proprio qui. L’invisibilità è una condizione che può colpire chiunque. Tutti prima o poi abbiamo provato la spiacevole sensazione di non essere visti (si legga non amati, non apprezzati o semplicemente ignorati). La cecità vera (dell’amica Lexie) o metaforica è l’ostacolo da superare per avere una vita più piena. Per prendere il timone e assumere la responsabilità della nostra vita. Diventare “visibili”, per esempio esprimendo le nostre opinioni, significa anche iniziare a vivere appieno e, man mano, acquisire fiducia in noi stessi. È una parola che usa spesso, Shusterman, “fiducia”. Soprattutto quando racconta la sua esperienza in Messico. Aveva 15 anni e con i suoi lasciò Brooklyn (una sorta di “bolla protettiva”) e andò a Città del Messico. Imparare una nuova lingua, vivere in un ambiente cosmopolita ed europeo e scrollarsi di dosso una sorta di provincialismo legato all’aver vissuto in un unico luogo, lo hanno aiutato a crescere e ad acquisire fiducia in sé. Tanto che a 17 anni – età in cui in America i giovani lasciano casa per andare al college – si è sentito pronto e maturo per andare da solo in California. È qui che si è cimentato nella scrittura scrivendo per la rubrica umoristica del giornale del college e ha avuto la conferma di avere un talento. E a soli 22 anni ha scritto il primo romanzo. Non sa se avrebbe scritto lo stesso, confessa, se non avesse fatto questa esperienza all’estero, ma di sicuro sa che aver vissuto lontano dalla sua città natale, aver imparato un’altra lingua, aver conosciuto gente proveniente da altri luoghi gli ha cambiato la vita, gli ha aperto la mente e gli ha permesso di vedere le cose da un’altra prospettiva.

L’ironia, in Shusterman, è la chiave vincente per affrontare questioni spinose. I suoi romanzi sono divertenti non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti.
Calvin è brillante e alcune sue battute sono fulminanti. Lui solleva un dubbio fugace sulla difficoltà di rendere in italiano alcuni giochi di parole e nonsense ma io gli assicuro che ho riso tanto. E allora il dubbio svanisce e ride con me. Anche perché ammetto spudoratamente di essere una sua fan.
I suoi romanzi, conferma Shusterman, non vengono letti solo dai ragazzi. Spesso sono gli stessi “giovani lettori” a consegnare il testo appena terminato ai genitori. E in questo modo il libro fa da tramite tra persone che pur vivendo sotto lo stesso tetto spesso non si (ri)conoscono. Il libro diventa quindi un “testimone” che viene passato da un lettore all’altro in una staffetta in cui non si corre ma si dialoga, un mezzo per mettere in contatto e in comunicazione genitori e figli, per affrontare insieme certi argomenti. Perché la comunicazione è alla base di ogni rapporto, anche tra genitori e figli.
In Italia potremo seguire le vicende di Antsy solo nel 2012, quando uscirà la traduzione della seconda puntata, mentre Shusterman sta già lavorando al terzo volume.

Nonostante la corporatura robusta (immagino abbia giocato a rugby ma non gli chiedo conferma) e gli occhi color nocciola e penetranti, Neal Shusterman non incute timore. È un uomo alla mano, simpatico, ed è pronto ad ascoltare e a rispondere alle domande che gli si pongono. Anche le più futili.
Gli chiedo, per esempio, se anche lui colleziona qualcosa come Calvin o ha mai collezionato qualcosa. Troppo noioso, risponde, però ripensandoci… gli piace riportare a casa le calamite da attaccare al frigorifero provenienti da tutte le parti del mondo. E da fin da ragazzino ha sempre voluto conservare una copia dei libri letti, che custodisce gelosamente e non presta mai (a discapito dello spazio!).

Navigando sul suo sito si capisce che lo scrittore ha un rapporto diretto e fruttuoso con i suoi fan. Non solo perché è sempre disposto a incontrare i giovani lettori, gli insegnanti e i genitori nelle scuole, ma anche perché ascolta i loro suggerimenti e capta i segnali che gli arrivano (tramite Facebook, per esempio). O, quanto meno, rende visibili le loro proposte. Pensiamo ai trailer di Unwind realizzati dai fan e caricati sul sito dedicato al film. La versione finale non sarà così, ma alcuni trailer sono davvero credibili.
Un ruolo fondamentale, poi, l’ha avuto uno dei suoi figli che l’ha quasi obbligato a descrivere la “divisione” verso la fine del romanzo, una scena che l’autore avrebbe volentieri risparmiato ai suoi lettori. Niente sangue, niente splatter ma un’angoscia e un senso di impotenza e smarrimento che viviamo insieme al ragazzo sottoposto all’operazione, quasi fossimo noi sotto i ferri.
A proposito di Unwind, un romanzo che affronta temi delicati come l’aborto e i bambini non desiderati, la donazione degli organi e il trapianto, il traffico illecito di organi, l’esistenza dell’anima e tanti altri argomenti “scomodi”, l’autore non fa che confermare la sensazione che si ha durante la lettura, ovvero che è un romanzo “neutrale”: non è stato scritto per dare risposte ma per sollevare questioni che riguardano tutti noi, per farci riflettere e discutere di argomenti che potrebbero portare a scelte folli ed estreme come quelle dipinte nel romanzo. Perché ogni scelta ha dei pro e dei contro. Non è tutto nero o tutto bianco, bisogna trovare un compromesso, una soluzione che accontenti tutti evitando di arrivare a estremismi irrazionali.

In un futuro non molto lontano, in cui è vietato abortire ma si possono abbandonare i neonati sullo zerbino delle case altrui costringendo chi li trova a prendersene cura, i ragazzi dai 13 ai 18 anni possono essere “abortiti retroattivamente” con un processo che si chiama “divisione”. Significa essere smembrati, fatti a pezzi chirurgicamente e usati come parti di ricambio. Le tecniche del trapianto sono all’avanguardia e ogni parte, ogni tessuto umano, può essere riciclato. L’unico modo per salvarsi dalla divisione è la fuga, perché raggiunta la maturità i ragazzi possono continuare a vivere. È così che si incontrano Connor, un tredicenne piantagrane e pieno di rabbia di cui la famiglia si vuole sbarazzare, Risa, una pianista cresciuta in orfanotrofio che lo stato non può più mantenere, e Lev, destinato fin dalla nascita al sacrificio dalla famiglia religiosa.
A questo proposito l’autore ci tiene a sottolineare che la sua critica non è mossa nei confronti della fede (qualsiasi essa sia), bensì nei confronti delle ipocrisie e degli oltranzismi della religione che manipolano le menti e non danno possibilità di scelta. Lev ne è un esempio calzante dall’inizio alla fine del romanzo.
Per rimanere nella metafora pare proprio che siano gli adulti a essere fatti a pezzi, anche se non mancano figure positive. Ma il messaggio è chiaro e ce lo conferma l’autore: il futuro è dei giovani e sono loro a doverlo costruire spazzando via il vecchio marciume.
Gli chiedo se in una delle scene finali del romanzo non si possa ravvisare una metafora dell’America, il proverbiale “melting pot”, una nazione composta da frammenti provenienti dai luoghi e dalle culture più disparate.
Ci riflette su e mi dice che le metafore gli piacciono perché possono accendere molteplici suggestioni.
Nonostante il romanzo sia pieno di indizi e allusioni più o meno esplicite a elementi della cultura cinematografica e letteraria americana (e questo coinvolgimento del lettore è un altro punto forte della sua scrittura), le sue sono storie universali perché parlano di persone e di sentimenti.

Per scrivere Unwind, dichiara, ci sono voluti otto mesi. Un vero e proprio parto. E scrivere la sceneggiatura è stato difficile, perché esisteva già un’idea della storia e dei personaggi, in più era una sua creazione.
Cerco di carpire qualche informazione sugli attori che potrebbero interpretare Connor, Risa e Lev, ma è inutile: saranno il regista e gli addetti ai lavori a decidere, perché c’è un rapido turn over di attori adolescenti e solo chi è del mestiere sa chi è più adatto a interpretare quei ruoli di qui a due anni (questi più o meno i tempi d’attesa).
Su Unwholly, però, ci fa qualche anticipazione: il commercio indiscriminato di “pezzi di ricambio” accennato in Unwind si fa più intenso e feroce fino a diventare nel sequel un vero e proprio business che coinvolgerà major americane senza scrupoli. Argomenti nuovi, dunque, personaggi nuovi accanto ai protagonisti e, soprattutto, un ragazzo in crisi di identità (come non esserlo?). Un giovane Frankenstein del futuro composto esclusivamente da parti di adolescenti “divisi”. La domanda da porsi in questo caso non è l’amletica ‘essere o non essere’, ma piuttosto ‘se sono composto da pezzi provenienti da tante persone, io chi sono? E se l’anima esiste e continua a esistere anche dopo la morte (o meglio la “divisione”) la mia anima dov’è?’

La risposta, forse, la troveremo tra le pagine del libro a venire. Nel frattempo meditiamo…

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