Piccolo grande Uruguay di Alicia Baladan

“Nel giardino di casa, la vecchia vasca da bagno stile liberty che per anni era stata la nostra astronave spaziale, era ora colma di terra. Dentro ci vegetava qualche sparuto ciuffo di erba. In mezzo al cortile sopravviveva un albero di limoni: fu l’ultima cosa che vidi della mia casa, insieme alle lumachine che prosperavano nella vasca, prima di lasciarla definitivamente.”

Si legge tutto d’un fiato Piccolo grande Uruguay e ci lascia con la voglia di sapere di più della piccola Alicia e di questo piccolo grande paese sudamericano incastrato tra due giganti, il Brasile e l’Argentina (con la quale condivide il Rio de la Plata e il “rioplatense”, la variante dello spagnolo – anche se gli uruguayani vi diranno che il rioplatense uruguayano è diverso da quello argentino).

In Italia di Uruguay si parla molto poco, se non quando vengono citati i calciatori più o meno noti che giocano nelle squadre nostrane. Eppure, è stato un paese di emigrazione per molti italiani e oggi la sua popolazione è composta per il 90% da discendenti di emigrati di origine europea (prevalentemente italiani e spagnoli, ma anche tedeschi e svizzeri).

Alicia Baladan ci racconta l’Uruguay degli anni ’70. Sono gli anni della conquista dello spazio, della junta militar, delle contestazioni, dei dissidenti e dei desaparecidos.
Alicia vive sulla propria pelle la drammaticità di quegli anni quando il padre compositore viene messo in carcere perché si oppone al regime. Ma l’autrice-illustratrice ce lo racconta con la prosa leggera di una bambina, che dopo l’arresto del padre va a vivere in una casa enorme, dove “i sogni sono reali” e “i gatti cadono dal cielo”. Alicia, nonostante tutto, è una bambina curiosa, vivace e sogna di diventare astronauta. Fino a quando le viene raccontata la storia di un certo Caruso Trusky, il panettiere che andò nello spazio per due settimane e al suo ritorno trovò tutto diverso.

La storia di Alicia mi ha colpita molto, tanto che mi sento di farle alcune domande.

HER: Quando hai deciso di diventare illustratrice e come sei entrata in contatto con Topipittori?
AB: Non ricordo esattamente quando ho iniziato ad appassionarmi al disegno, credo fin da molto piccola ma la scelta professionale al libro illustrato è molto recente. Ho fatto studi artistici e il mio mondo era legato alle fiere di arte contemporanea e ai festival di video-animazione. Nonostante ciò di fronte all’acquisto di un libro illustrato o di fumetti d’autore ed un catalogo di arte contemporanea sceglievo i primi. Quasi tutti gli artisti che mi piacevano e che continuano a piacermi disegnano. La prima volta che sono andata alla fiera del libro di Bologna sono rimasta folgorata. Quello sembrava il mio mondo ma avevo idee sbagliate riguardo al mestiere dell’illustratore, credevo non fosse libero come invece poteva essere un artista, dunque mi sono limitata alla sola osservazione. Poi ho iniziato a seguire più da vicino, leggendo, guardando molti libri e frequentando dei workshop tenuti da illustratori che ammiravo, tra questi Scarabottolo. Dopo circa un anno dal corso con Scarabottolo, al quale avevo lasciato un mio cd di video animazioni, ho ricevuto una mail da Giovanna Zoboli che mi invitava ad un incontro in occasione della fiera di Bologna. Non mi pareva possibile, ricordo di aver verificato il nome in internet credendo si trattasse di un omonimo. Giovanna Zoboli e Paolo Canton in fiera mi dissero che avevano visto il mio lavoro da Scarabottolo e mi chiesero se avevo altre storie. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata una vecchia storia che mia nonna mi raccontava, molto corta ma con un inizio e una fine che ho esposto sul momento e che poi con molte aggiunte è diventato Una storia Guaranì.

HER: Che rapporto hai oggi con l’Uruguay e con la tua lingua madre?
AB: Con l’Uruguay ho un rapporto di affetto istintivo. Qui mi sento uruguaiana, anche se là ho trascorso meno di un terzo della mia vita. Là mi sento italiana (purtroppo o per fortuna, chi lo sa?) perché non ho l’attitudine alla vita che hanno gli uruguaiani. Come quasi tutti gli emigranti, mi è difficile stabilire dove voglio stare veramente, un’inevitabile inquietudine che se vissuta serenamente può essere anche positiva. Con i miei genitori parliamo spagnolo sempre, mi sforzo di farlo anche con mio figlio che vorrei fosse bilingue come me ma per ora, anche se mi capisce, risponde in italiano. Da anni leggo principalmente in italiano ma Horacio Quiroga, Benedetti, Onetti e altri latinoamericani li ho letti in spagnolo. Piccolo grande Uruguay l’ho scritto in italiano. Il mio rammarico è di essere molto disinformata sulla vita contemporanea culturale dell’Uruguay.

HER: L’astronauta Caruso Trusky, che ha perso tutto per andare nello spazio, mi ha fatto pensare a tuo padre, che andando in prigione per motivi politici ha perso una bella fetta della propria vita. È riuscito, alla fine, a “tornare sulla Terra”?
AB: Curioso il tuo collegamento di Caruso con la storia di mio padre…
Sì, è tornato sulla terra. Come dice lui, nella sua sfortuna, ha avuto molto tempo a disposizione per leggere e studiare e questo, insieme all’affetto familiare, l’ha mantenuto in equilibrio e con i piedi per terra.

HER: Il romanzo si chiude con il tuo imminente viaggio verso il Brasile… A quando il prossimo volume?
AB: Non credo che ci sarà un seguito di Piccolo grande Uruguay, non solo perché non mi è stato proposto dagli editori, ma soprattutto perché non lo vorrei fare. L’idea dell’autobiografia non mi alletta per niente, solo le motivazioni della collana “Gli anni in tasca” di Topipittori ha giustificato un lavoro del genere. Piuttosto mi piacerebbe fare una graphic-novel sulla vita surreale di mia nonna che però, è più forte di me, vorrei trasformare in una specie di wonder woman con molti difetti, non solo fisici.

Alicia Baladan è nata nel 1969 in Uruguay dove ha vissuto fino a 11 anni. Trasferitasi in Italia, dopo aver finito la scuola dell’obbligo in Brasile a Rio de Janeiro, si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Ha partecipato a diverse mostre e film-festival internazionali di animazione e sperimentazione dell’immagine. Ha collaborato con Stalker Multimedia nella realizzazione di progetti culturali e allestimenti di ludoteche in vari musei. Da alcuni anni si è concentrata sull’illustrazione, sviluppando l’aspetto narrativo del suo lavoro. Vive e lavora a Brescia.

Piccolo grande Uruguay, pubblicato dalla casa editrice milanese Topipittori, fa parte della collana “Gli anni in tasca”, una raccolta di narrazioni autobiografiche sull’esperienza dell’infanzia e dell’adolescenza, dedicate a tutti i lettori, ma in particolare ai giovani dai 12 anni in su, vincitrice del Premio Andersen come miglior collana di narrativa. Sempre per Topipittori, Alicia ha scritto e illustrato lo splendido albo Una storia guaranì, della collana “Fiabe quasi classiche”, la storia del viaggio del piccolo guaranì alla ricerca della ragnatela perfetta per l’amata.

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