Il giardino segreto di Frances H Burnett

“È il luogo dove siamo davvero noi stessi, è lo spazio misterioso in cui ci diciamo tutto. Lì sono contenuti i nostri sogni, lì si manifestano le nostre aspirazioni, lì c’è quello che vorremmo fare, lì ci sono speranze e attese.”

Segreto, misterioso o incantato che sia, il giardino dall’autrice anglo-americana Frances Hodgson Burnett è un classico intramontabile. Un sempreverde, mi viene da dire.

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1921, a dieci anni dalla pubblicazione in patria, il romanzo per ragazzi della Burnett si trova nel catalogo di quasi tutte le case editrici. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: con o senza illustrazioni, in versione ridotta o integrale, in pop-up, audiolibro, con apparati didattici e schede di approfondimento, e persino “ad alta leggibilità”, un’interessante iniziativa della casa editrice indipendente romana Biancoenero dedicata ai ragazzi che soffrono di dislessia, a quella percentuale significativa di non madrelingua o semplicemente ai “lettori riluttanti”.

E che dire delle tante trasposizioni cinematografiche e televisive o, addirittura, del cartone animato ispirato alla celebre opera?

Il caso vuole che le prime tre traduttrici del romanzo portino il nome della piccola protagonista: Maria Ettlinger-Fano (Il giardino misterioso, Torino, Paravia, 1921), Maria Bresciani (Il giardino segreto, Firenze, R. Bemporad e Figlio, 1926) e Maria Silvi (pseudonimo di Maria Silvia Goering, Il giardino segreto, Milano, Baldini & Castoldi, 1949). Cambia invece il titolo nel corso degli anni, fino a diventare “incantato” (Il giardino incantato Milano, La Sorgente, 1951, traduzione di Adelaide Cremonini Ongaro), per poi assestarsi come “segreto”.

I tempi cambiano e le edizioni si aggiornano. Ecco dunque che spuntano le versioni digitali, e-book o pdf da leggere sul pc, sul tablet o sul cellulare di ultima generazione. Ma per gli irriducibili della carta stampata non mancano le versioni cartacee sugli scaffali delle librerie.

In tempi recenti sono uscite nuove traduzioni che portano la firma di Pia Pera (Milano, Salani, 2005), scrittrice e “giardiniera appassionata” proprio come la Burnett, e di Beatrice Masini (Roma, Fanucci, 2010), giornalista, editor, autrice di narrativa per ragazzi e traduttrice degli ultimi volumi della saga harrypottiana. La BUR ripropone in edizione tascabile la traduzione di Angela Restelli Fondelli, già della casa editrice Fabbri (1956), con l’interessante post-fazione di Antonio Faeti, uno dei più grandi esperti italiani di libri per ragazzi, da cui è tratta la citazione in testa. Einaudi, infine, ci offre un’edizione più accademica ed elegante ma non per questo meno accessibile, con la traduzione di Luca Lamberti, l’introduzione del Prof. Carlo Pagetti, docente presso l’Università di Torino ed esperto di letteratura anglo-americana del XIX secolo e XX secolo, e un saggio della scrittrice statunitense Alice Sebold (Torino, Einaudi, 2010).

Confesso di essere particolarmente affezionata a un’edizione ormai fuori catalogo a cura di Emma Claudia Pavesi della collana “Grandi Classici per la Gioventù” con le illustrazioni a colori di Gianni Benvenuti (Milano, Edizioni Accademia, 1976, traduzione di Maria Silvi) che mi è stata regalata quando ero bambina. È un libro che era già appartenuto a un’altra bambina prima di me, dalle pagine consunte e ingiallite. Sulla copertina rigida i piccoli protagonisti della storia sono colti in un momento di stupore e incanto al riparo delle fronde di un albero, insieme ai loro amici animali.

Rileggere questo evergreen della letteratura per l’infanzia a distanza di anni è stata una piacevole sorpresa. La storia è semplice: Mary Lennox ha nove anni ed è cresciuta in India trascurata dai genitori e viziata dalla servitù indiana, in un vuoto affettivo che l’ha resa scorbutica e capricciosa. Quando rimane orfana va a vivere in Inghilterra da uno zio più bisbetico di lei che non vuole neanche vederla. L’esperienza nell’enorme villa dalle cento stanze e dai molti misteri immersa nella brughiera sarà per lei illuminante. Qui Mary scoprirà il giardino abbandonato e, dapprima da sola e poi insieme all’amico Dickon e al cugino Colin, lo riporterà in vita.
Il mondo burnettiano è più che mai distante dal nostro, eppure questa favola tocca temi sempre attuali: solitudine, sradicamento, trasgressione, desiderio, amicizia, dolore, perdita.

I piccoli protagonisti tratteggiati dalla penna della Burnett sono realistici e credibili nonostante l’aura di magia che li circonda. Dickon proviene da una famiglia povera e semplice, il suo sapere è empirico, basato sulla realtà e sull’esperienza diretta; è in contatto con la natura e ne conosce i segreti e il linguaggio; è un pifferaio magico che col suo strumento incanta uccellini, volpi e scoiattoli e, tuttavia, è concreto come la terra che coltiva e che rispetta, la quale, a sua volta, gli restituisce fiori e frutti. Colin è l’alter ego di Mary: è un “giovane rajah” malaticcio e viziato finché rimane recluso nella sua stanza dalle pesanti tende tirate, con uno stuolo di domestici che non osano contraddirlo per timore dei suoi violenti accessi di rabbia, ma impara a uscire dal suo bozzolo non appena incontra una ragazzina che si impietosisce di lui ma gli tiene testa e non asseconda i suoi capricci.

La rigenerazione del giardino va di pari passo con l’avventura formativa e il percorso di crescita dei piccoli protagonisti. Ma coinvolge anche gli adulti. Pensiamo al padre di Colin che, murato vivo nel suo dolore per la perdita della giovane moglie, ha smesso di vivere e preferisce pensare che prima o poi quel figlio morirà, piuttosto che prendersi la responsabilità di crescerlo e amarlo. Solo quando capirà che è necessario superare il trauma della perdita, buttarsi alle spalle il passato, rompere quella morsa di sofferenza che lo attanaglia e accettare a piene mani la vita, riuscirà a ritrovare la gioia di vivere e inizierà a prendersi cura del figlio che, frattanto, ha metaforicamente e letteralmente imparato a camminare sulle proprie gambe e si è liberato del peso e del senso di colpa per la morte della madre che gli gravava sulle spalle.

Questo senso di oppressione pervade tutto il romanzo. Ed è una vera e propria liberazione, quando Colin tira le pesanti tende che non fanno passare un filo di luce e un filo d’aria e spalanca la finestra della sua camera. E solo allora, solo dopo aver smesso di piangersi addosso, solo quando inizia a combattere per vivere e ridere e giocare ed essere, insomma, un bambino come tutti gli altri, riuscirà a guarire. È una guarigione interiore più che esteriore.

Uscire all’aperto, entrare in contatto con la natura, rafforzare il fisico e, di conseguenza, lo spirito dovevano essere dettami rivoluzionari per l’epoca. Ma d’altronde la Burnett era una donna fuori dagli schemi: sposata due volte e due volte divorziata, era una donna indipendente e sicura di sé, tanto che a diciott’anni aveva iniziato a scrivere per mantenere se stessa e la famiglia e nel 1888 vinse un processo in Inghilterra sui diritti d’autore per Il piccolo Lord.

Mi pare di sentirla la cara Frances: “Dove coltivi una rosa non può crescere un cardo”.

Frances Hodgson Burnett (1849 – 1924) nasce in Gran Bretagna ma si trasferisce negli Stati Uniti ancora adolescente. Inizia a scrivere a diciotto anni per aiutare la famiglia e raggiunge la fama internazionale grazie ai suoi romanzi per ragazzi Il giardino segreto, La piccola principessa e Il piccolo Lord.

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